Vivarium – Recensione – Lorcan Finnegan

Vivarium Lorcan Finnegan

Vivarium di Lorcan Finnegan colpisce con il suo stile visivo pastello e sognante raccontando però un vero e proprio incubo in chiave allegoria. In 60 secondi perché recuperarlo!

 

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Una suburbia surreale

I due protagonisti sono una giovane coppia innamorata alla ricerca della loro futura casa dei sogni dove mettere su famiglia. Un bislacco agente immobiliare li conduce nel nuovissimo quartiere suburbano in periferia dove ogni casa è identica all’altra creando questo quartiere così ordinato ed inquietante al tempo stesso. Durante la visita dell’immobile, però, l’agente immobiliare sparisce lasciando la coppia in trappola in questa casa da cui sembra impossibile fuggire senza affrontare prima di tutto loro stessi.

Vivarium di Lorcan Finnegan mescola sapientemente vari generi restando ancorato ad una base horror. Pregio indiscutibile del lungometraggio sta nella direzione estetica di scenografia e fotografia: il quartiere in cui i protagonisti si trovano intrappolati sembra un quadro di Renè Magritte apparendo surreale ed allegorico allo stesso tempo. La fotografia gioca con colori pastello andando in netto contrasto con le azioni in scena. La scenografia punta ad un ambiente casalingo perfetto in tutto tranne che nell’accoglienza verso i suoi ospiti. Il senso di estraneazione risulta palese tanto per noi quanto per i due giovani. Un surrealismo ben diverso da quello di Parnassuss di Terry Gilliam che abbiamo recensito qui!

La sceneggiatura pecca di poca profondità e qualche calo di ritmo, ma nulla che possa comprometterne la qualità. I temi della famiglia che vengono trattati sono molto interessanti ed originali nel panorama del genere horror. Il finale per molti criptico a noi è risultato funzionale sia esteticamente che per il messaggio. Il simbolismo celato (ma non troppo) potrà far storcere il naso ai più esigenti, ma che difficilmente non resteranno affascinati da questa messa in scena. Degna di nota la prova dei due attori Jesse Eisenberg (visto in The Social Network, Cafè Society) e Imogen Poots (vista in The Father, Green Room) che riescono a donare carattere e realismo ai protagonisti.

Stefano Ciociola
Artista di Schrödinger. Fotografo e Videomaker freelance, ossia disoccupato perenne tra un progetto e l'altro. Tra cinema, videogiochi e cartoni animati, cerca la gnosi spirituale per poter sopportare chi segue il mainstream più del proprio cuore. Fincher, Lynch, Noè e Lanthimos i suoi punti di riferimento, che lo guidano in un turbinio di cinico romanticismo. In 60 secondi consiglia film, riuscendo a infilare qualche tecnicismo e qualche insulto. La sua filosofia si traduce in "Non sono misantropo, è che mi disegnano così."