Non siamo più vivi e la fissazione tutta coreana per gli zombie – Speciale

Quando si parla di film sugli zombie si ha materiale per almeno un mese. Tanto che potrebbe diventare uno di quegli argomenti per riempire una conversazione. Vi faccio un esempio pratico in modo che non vi sia possibilità di errore, a dimostrazione della mia bontà d’animo: rompete il ghiaccio chiedendo al vostro interlocutore cosa ne pensa sugli zombie e se ha visto film su queste adorabili creature.

Potrà dirvi solamente “sì, ne ho visti un paio” (perché sicuramente nella sua vita gli sarà capitato almeno una volta). Che odi o ami questo filone è indifferente. Potrete parlare di zombie fino a quando non sarete costretti a mettere fine ai convenevoli. E che dire? L’anima che vi ascolta e che avrà risposto alla vostra domanda stravagante attenderà certamente il vostro contributo alla conversazione. E allora diamo a Cesare quello che Cesare reclama. Ma non parleremo mica di Walking Dead o di qualunque altro prodotto stranoto, perché si tratta di una sfida troppo facile. Quello che racconteremo al nostro entusiasta ascoltatore è che i Coreani sono fissati con gli zombie. Un po’ come noi siamo fissati con le commedie francesi, che non ci stanchiamo mai di imitare. Il perché non lo sapremo mai.

Eppure, cosa c’è di così bello in uno zombie? Sarà che hanno spesso un occhio cascante? Saranno le braccia escoriate o la camminata sbilenca? Sarà che emanano un odore nauseabondo? Sarà che riportano gravi lesioni, ma comunque ci inseguono a caccia di cervello, incuranti della nostra velocità? Li riteniamo retaggio di una costanza che abbiamo perso nel corso dei secoli? Non si sa, non si sa proprio. Specie perché il popolo di Seoul dedica così tanto tempo alla beauty routine che dubito apprezzi molto quei volti così orribilmente deturpati. Mi aspettavo più che fossero i coreani ad inseguire gli zombie per consigliare loro qualche prodotto di marca. Che bel film ne uscirebbe, spero che nessuno mi copi l’idea.

Perché proprio gli zombie?

Cominciamo dal principio, ordunque, e chiariamo sin da subito che questi onorevoli membri della Corea del Sud non sono semplicemente innamorati degli zombie, sono solo particolarmente in fissa con un sottogenere cinematografico – ci ho anche scritto un articolo parecchio approfondito che un pubblico di affamati lettori può rinvenire al seguente link – che è quello survival. Non si tratta di una malattia unicamente coreana, ma anche giapponese. Le trame sono semplici: il mondo cade nel caos, ognuno deve affrontare una serie di prove mortali, sopravvive il più degno. Il più forte, intelligente, versatile e, talvolta, anche quello con il cuore più grande. In tal caso, non ci allontaniamo troppo dalla traccia. Abbiamo sempre un mondo colonizzato dagli zombie e a restare umano è chi ha le doti di Ulisse, per intendersi: 1) sa impartire ordini senza lasciarsi prendere dal panico; 2) è intelligente al punto da analizzare efficacemente la situazione; 3) non è detto che debba saper fare qualcosa in particolare. Anzi, spesso chi è particolarmente bravo in qualcosa potrebbe presto o tardi diventare uno zombie. E non dimentichiamo che occorre una fortuna non indifferente. Un gran bel deretano.

Vedete Train to Busan, #Alive (disponibile su Netflix), guardate Seoul Station e avrete le prove di quanto vi sto dicendo. Per non parlare di Kingdom, una serie storica sempre a tema zombie. Una visione da non fare in salotto in presenza di familiari o del mio animale domestico. Prima o poi, dedicherò a qualche parola a ciascuno dei prodotti nominati, ma per ora limitiamoci ad ammirare insieme lo schema che si ripete in ciascuno di questi film o serie, ma partendo dall’ultima fatica targata Netflix, Non siamo più vivi. Dobbiamo iniziare di qui, se vogliamo salvare la conversazione con quella certa persona che abbiamo incontrato in treno e che, inaspettatamente, si è seduta proprio sul sedile di fronte al nostro. Perché non sia passata avanti è un mistero all’interno del quale non me la sento di inoltrarmi.

Gli zombie hanno invaso la Corea (di nuovo)!

Ormai i Coreani sono talmente pronti all’eventualità di un attacco zombie che non credo si preoccuperebbero poi tanto se dovesse accadere per davvero. Perciò, figuriamoci il medesimo scenario: Seoul. La bellissima capitale, con i suoi palazzi, negozi e civili indebitati, i ristorantini dove mangiare il gimbap – al riguardo, sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire L’avvocata Woo, visto che l’omonima protagonista ne va ghiotta – i supermercati con all’interno poster e prodotti dedicati ai k-drama o al k-pop. Conosciamo i personaggi e simpatizziamo un po’ con loro, adocchiando subitamente quelli che vorremmo sopravvivessero all’epidemia zombie. Poi, all’improvviso, un virus si diffonde tra la folla, brandisce le prime ignare vittime e le cambia inevitabilmente, rendendole affascinanti come mai prima d’ora. Alcuni, ovviamente, si salvano e altri, sebbene colpiti dal morbo e mordicchiati dal tenero mostriciattolo di turno, divengono zombie umanoidi e preservano la propria coscienza. A quel punto, popcorn e godetevi lo show.

In Noi non siamo più vivi accade esattamente quanto riportato nel precedente paragrafo. Si tratta di una serie particolarmente interessante (questo non significa che sia perfetta), perché, tra citazioni e riferimenti ai lungometraggi e pellicole, è il prodotto multimediale che meglio condensa in sé quei cliché che hanno reso possibile la creazione di un genere a parte. Così ben collaudato, inoltre, che è quasi impossibile smettere di guardare un film sugli zombie. La fuga dell’eroe dall’orrore è da sempre catartico e può insegnarci una serie di segretucci per affrontare la vita di tutti i giorni. Come possiamo lamentarci della fila in posta se il mondo potrebbe essere distrutto per sempre? Perché piangere e soffrire se l’amor della vita tua manda messaggi sconci a qualcun’altro, quando potresti essere uno zombie e nutrirti solo di succosi cervelli? Perché lamentarsi della “sorte dell’umane genti” anche ora che non siamo zombie? O, forse, un po’ lo siamo per quella vecchietta di turno che tenta di fare una conversazione con noi ma, ahimè, siamo al cellulare.

Ora che siamo giunti alla fine di questo articolo interessante e unico, un po’ come chi l’ha scritto, ci tengo comunque ad avvertirvi che al termine del vostro monologo sugli zombie potreste far innamorare colui o colei che vi sta di fronte. In fondo, come potrebbe resistervi? Perciò, sappiate farne buon uso. Quante volte accade che la vita vi offra l’occasione di sfoggiare il vostro eloquio e il vostro sapere per fini tanto nobili?

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Adele Porzia
Nasce nella provincia barese in quel del '94 con l'assoluta certezza di essere Batman. È in grado di vedere sette film al giorno e di finirsi una serie tv in tempi sovrumani. Peccato che abbia anche una vita sociale, altrimenti adesso sarebbe nel Guinness dei primati...