The Falcon and The Winter Soldier – 1×04 – Recensione

La serie The Falcon and The Winter Soldier sembra men che mai intenzionata a mettere un freno alle sue vicende e, a sole due puntate dalla fine, saltano i precari equilibri fin qui mantenuti.

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Due blocchi, due minacce

Il mondo intero ci guarda parte laddove l’episodio precedente si era concluso: Ayo, combattente wakandiana fondamentale per il percorso di redenzione dell’ex Soldato d’Inverno, non tollera la liberazione di Zemo – responsabile della morte di T’Chaka, ex re del Wakanda e padre di T’Challaed impone a Bucky un ultimatum: otto ore di tempo per la consegna dell’evaso.

Questa quarta tranche di The Falcon and The Winter Soldier appare, in superficie, divisa in due macro-blocchi rappresentati dalle due minacce principali, verso le quali si delineano delle attitudini completamente opposte di parte in parte. Zemo è braccato da Ayo, come già detto, e da Captain America, mentre Falcon e Bucky riconoscono la sua utilità in quanto mezzo per arrivare ad un fine, facendo comprendere al contempo quanto in realtà sia sacrificabile. I Flag-Smashers, invece, sono osteggiati da John Walker, dal Barone Zemo – assertore della pericolosità del siero del supersoldato e di chi ne fa uso – e da James e Sam, la cui posizione, basata sul dialogo e sulla comprensione, risulta la più moderata.

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Tra realtà e finzione

Come intuito nella recensione dello scorso episodio, la minaccia configuratasi in Karli Morgenthau, rappresentante dei Flag-Smashers, si dimostra più stratificata, profonda e politica di quanto potesse trasparire: è quasi impossibile non ritrovare una parabola fascista nell’ideologia e nelle azioni del gruppo che, nonostante non si professi come tale, si avvicina sempre più all’idea del totalitarismo. Il confronto sorge spontaneo: due eventi tragici, come la Grande Guerra e il Blip, generano un malcontento diffuso che porta il popolo ad assumere posizioni sempre più estreme. Risulta fondamentale questa apertura della seconda serie Disney+ targata Marvel Cinematic Universe nei confronti della storia dell’umanità, riuscendo ad ogni modo a dialogare perfettamente anche con il presente e l’immediata attualità. Infatti, una semplice telefonata elegantemente funzionale allo svolgimento della narrazione come quella tra Karli e Sarah Wilson (sorella di Sam) porta avanti in maniera per nulla pedante la tematica razziale, intelligentemente intercettata e portata sullo schermo: Sarah lascia intuire come la “popolazione nera” non sia interessata alle vicende di Captain America per la mancanza di una rappresentazione egualitaria da parte del simbolo dello scudo a stelle e strisce, che porta in se quei valori americani che tanto hanno lasciato ai margini della società la popolazione afroamericana, motivazione che potrebbe anche essere alla base della rinuncia dello scudo da parte di Falcon.

Sam Wilson riesce a scovare la fragilità della leader dei Flag-Smashers e prova a farle comprendere come i mali estremi non giustifichino gli estremi rimedi, le due sono delle personalità alquanto simili, ma divise da due posizioni ideologico-politiche completamente differenti che fanno sì che viaggino su due binari opposti. Karli Morgenthau vuole combattere contro l’ipocrisia di chi pretende che il mondo torni ad essere come prima affidando un messaggio di speranza alla figura più ipocrita che mai di Captain America, senza comprendere il disagio sociale scaturito dagli eventi di Avengers: Infinity War ed Avengers: Endgame.

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La discesa di Captain America

Proprio il Captain America neo-eletto risulta l’epicentro narrativo dell’episodio. Dopo la distruzione di tutte le fiale da parte di Zemo, John Walker entra in possesso dell’unica dose del siero del supersoldato disponibile, apparentemente l’unica soluzione per i suoi conflitti interiori. Il nuovo Cap nutre dei forti ideali ma la sua forza di volontà e il suo animo sono corrosi da un’impotenza cronica, è costretto a confrontarsi con individui sempre più forti o capaci di lui, dimostrando profonde mancanze che non possono essere rattoppate dalle tre medaglie all’onore ottenute, per sua stessa ammissione, non facendo la cosa giusta durante la guerra in Afghanistan. Walker trova nello scudo di Captain America l’unica possibilità di redenzione, l’unico mezzo per poter percorrere il lato luminoso della storia, ma il riconoscimento della sua inettitudine lo porta ad essere irrequieto, impaziente, permaloso, scostante, consapevole di non essere adatto a ricoprire quel ruolo tanto ambito. Dimostra di non essere né solo bianco, né solo nero, mostra delle sfumature che lo rendono uno sconfitto, non un semplice cattivo, un personaggio con il quale non risulta difficile empatizzare. La causa scatenante dell’ira di Captain America che lo porterà ad assumere il siero del supersoldato è la morte del suo braccio destro, Hoskins, per mano di Morgenthau. Il siero, però, potenzia sì il fisico, ma accentua anche o i pregi o i difetti della persona che lo assume, finendo per renderlo o un paladino ligio al dovere, come Steve Rogers, o offuscando la mente di un individuo già problematico: questo è proprio il caso di John Walker che, assetato di vendetta, rivela il suo lato oscuro noncurante per la prima volta del pensiero della gente e della sua immagine uccidendo uno dei Flag-Smashers con una violenza inaudita. L’immagine conclusiva dell’episodio non poteva essere più simbolica: un’inquadratura di Captain America che tiene stretto il suo scudo insanguinato, macchiando così anche la reputazione di quel simbolo creato con sforzi e sudore da Steve Rogers.

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Conclusioni

Questo episodio, caratterizzato dalla dialettica buone intenzione-mezzi sbagliati, rappresenta la perfetta prosecuzione di una serie che sembra men che mai intenzionata ad arrestare la sua parabola positiva. Soffermarsi più di tanto su quei pregi già consolidati – come l’ottimo intreccio degli archi narrativi, la sintonia e l’ironia che lega i due protagonisti, le ottime scene di combattimento – risulterebbe una mera ripetizione. Un altro elemento che rende The Falcon and The Winter Soldier un prodotto vincente è la sua plurifocalità, che porta all’attenzione dello spettatore una pluralità di punti di vista, con una conseguente efficace stratificazione dei caratteri messi in gioco.

Alessandro Corrao
Classe '01, palermitano dislocato a Bologna, di giorno è uno studente del DAMS, di notte si trasforma in un imperscrutabile accumulatore di materiale nerd: dvd e blu-ray di film e serie tv, libri e fumetti (esclusivamente Dylan Dog e Diabolik). Cinefilo patriota, mette il cinema nostrano davanti a tutto: consigliategli un film di genere italiano anni '70/'80 (preferibilmente horror, preferibilmente Fulci) e sarà vostro. Tra i suoi registi preferiti si denotano anche Clint Eastwood, Quentin Tarantino, Brian De Palma, John Carpenter e David Cronenberg.