Black Mirror – Approfondimento Stagione 5 Episodio 2 – Smithereens

Smithereens è l’ennesima puntata di Black Mirror che vuole essere una critica all’utilizzo esasperato che si fa dei social network oggigiorno. Questa però è solo la base su cui poggia tutta una storia di sensi di colpa, rabbia, ricerca della pace e ricerca di una chiusura con delle gravi perdite subite.

Questo episodio di Black Mirror tocca due argomenti importanti che erano già stati oggetto di analisi, anche se in termini molto diversi. In Be Right Back avevamo assistito al tentativo di una donna di affrontare la perdita del compagno con dei mezzi fuori dal comune, qui assistiamo al tentativo di un uomo di espiare una gravissima colpa, così da dare un senso alla perdita della persona amata. In Nosedive poi avevamo seguito la storia di una donna completamente sopraffatta dal bisogno di essere popolare ed amata sui social, così come in questo episodio vediamo la vita di ogni singola persona inserita all’interno di un social che diventa la maggiore attrazione della loro giornata.

Beh, volendo dire una banalità, non vedo grande tecnologia utilizzata qui, questa è forse l’unica puntata per la quale si può dire che è come se fosse ambientata ai giorni nostri. D’accordo, forse oggi l’essere iscritto ad un social network non dà via tutti i tuoi dati comprese le volte in cui usi il bagno, però mi tengo il margine di dubbio che in realtà invece sia proprio così, ai livelli che mostrano in questa puntata.

Il protagonista, che fra l’altro è uno straordinario Andrew Scott, rapisce uno stagista della Smithereen, il social network che tutti usano in quel mondo, allo scopo di tenerlo come ostaggio e poter così parlare con il creatore di tale social.


Smithereen non è altro che Twitter forse infilato nella tua vita privata più di quanto lo sia il noto social, ma neanche poi così tanto di più, a mio parere.

Il protagonista vuole comunicare con il creatore di Smithereen per dirgli che il suo social dà talmente tanta assuefazione che per guardare una notifica ad una foto postata, lui ha distolto gli occhi dalla strada, una sera mentre riaccompagnava la fidanzata a casa, causando un incidente e uccidendo sia la fidanzata che la persona che guidava l’altra auto.

Tutto lì, lui vuole solo comunicare quello, e poi togliersi la vita per espiare la sua colpa fino in fondo. Di fatto noi non sappiamo bene che succede nel finale della storia, che resta in parte ad interpretazione personale; però in questo caso non è affatto quella la cosa importante dell’episodio.


Ciò che questa tristissima storia recitata benissimo vuole raccontare è che la perdita di una persona cara è sempre devastante, ma che ci sono situazioni in cui è più che insopportabile perché non si può trovare chiusura, non si può trovare un modo per affrontare la perdita a causa di ciò che resta in sospeso.

Il protagonista, prima di intraprendere la sua missione finale, incontrerà, all’interno di un gruppo di persone che stanno tutte affrontando una perdita, una donna la cui figlia si è tolta la vita. La donna ricerca ossessivamente la motivazione per cui la figlia ha compiuto il gesto e la sua unica speranza è cercare di entrare nell’account privato della figlia su un altro social che si usa in quel mondo, tale Persona (praticamente Facebook). La donna però non riesce ad indovinarne la password e chi di dovere, per la privacy, non la vuole rivelare.

La cosa più altruista che farà il nostro personaggio principale, sul finale della puntata, sarà farsi dare la password perché la donna possa finalmente entrare nell’account della figlia. É toccante e significativo che nel momento stesso in cui la donna premerà invio dopo aver inserito la password, dall’altra parte i poliziotti faranno fuoco per uccidere il protagonista, anche se non ci è dato di vedere la scena a tutti gli effetti.


È come se la donna stesse per affrontare quello che il protagonista ha già affrontato, in un certo senso. Lui sta in qualche modo espiando la sua colpa, dopo aver raccontato quello che ha fatto quella sera in auto e che nessuno sapeva, mentre la donna sta forse per scoprire verità sulla figlia che le erano sconosciute, magari che riguardano anche il ruolo che lei stessa ha avuto nella vita della figlia. E quel premere invio per lei forse sarà come essere colpita da un proiettile.

Ascoltando il protagonista raccontare la sua storia al creatore di Smithereen, sul subito, ho avuto la sgradevole impressione che stesse cercando di aggrapparsi alla scusa della dipendenza da social network per scrollarsi di dosso tutte le colpe.

Credo fermamente che distribuire colpe agli altri o alle situazioni per evitare di prendersi responsabilità dei propri fallimenti sia controproducente nella vita in generale; fa apparire come vittime delle circostanze, come degli esseri incapaci di prendere decisioni e, a lungo andare, dovrebbe fare più male che bene alla propria autostima. Preferisco prendermi io la colpa e la responsabilità di ogni singola cosa che faccio, soprattutto quando va male.


In questo caso estremo, poi, affibbiare al social network la colpa di una distrazione gravissima di pochi secondi che ha troncato la vita della persona che amavi non sarebbe solo stupido, ma anche assurdo. La dipendenza è tua, il problema è tuo, la responsabilità è tua. La peggio l’ha avuta la tua ragazza che è morta e che tu soffra, ora, sai quanto può fregare.

Lui è davvero disperato, in realtà, e non credo assolutamente che stia cercando giustificazioni parlando della dipendenza che aveva dal social network, però rimane il fatto che lo cita come motivazione dietro all’incidente e purtroppo non lo è manco di striscio. Manco a volerlo solo citare per correttezza. No, il social non c’entra proprio nulla in tutto ciò che è successo in quel secondo e mezzo, hai fatto tutto tu, hai sbagliato tu dall’inizio alla fine.

Tra l’altro persevera a sbagliare non raccontando mai nulla dell’incidente e facendo ricadere tutta la colpa sull’altro autista che aveva bevuto troppo. Insomma due esempi di persone pericolose alla guida e sconsiderate che si sono incontrate e scontrate su una strada. Apprezzo moltissimo la denuncia del fatto che basta un attimo perché accada una tragedia, basta veramente la decisione di distogliere gli occhi dalla strada per un attimo. E magari quello mettesse in pericolo solo te che guidi, andrebbe bene se fosse così, ognuno decide quello che vuole fare della sua vita, ma invece no, quella decisione compromette tante altre persone ed è tua, solo tua. Non è di un social network, non è dell’alcol, né della droga, è solo tua.

Alla base di tutto questo discorso, poi, come dicevo, c’è anche la palese critica all’utilizzo sconsiderato che si fa del telefono oggigiorno. Sempre tutti con gli occhi sullo schermo, per questo o quel motivo; è palese la mancanza di consapevolezza di ciò che ci circonda.


Su quello c’è poco da dire, si nota ovunque anche nel nostro mondo, senza scomodare quello di Black Mirror. Non mi sento di fare accuse in questo senso, perché io sono di quelli che guardano il telefonino piuttosto che parlare alla gente intorno ed ero così anche quando i telefonini non c’erano.

Anche qui non ci sono obblighi nei confronti degli altri se non quando metti in pericolo la loro vita, quindi il telefonino mentre si guida no. Mai. Nemmeno per guardare un messaggio su una strada vuota, perché il gattino può attraversare da un momento all’altro e un cazzo di messaggio non vale la vita nemmeno di un insetto.

È interessante inoltre notare un’altra cosa che fa questa puntata trattandola quasi con ironia, in un contesto in cui è difficile essere ironici. Si nota come il social network, o meglio le persone che ci lavorano dietro e hanno accesso ai dati degli iscritti, sono avanti anni luce con le indagini rispetto alle autorità, in quanto possono comunicare loro vita, morte e miracoli di coloro che sono coinvolti e anche dei loro parenti.


Nella finzione scenica si arriva a dei livelli di controllo e conoscenza di ogni singolo utente da far venire i brividi e da farci chiedere chi accetterebbe di entrare in un meccanismo che uccide la privacy in questo modo. Almeno in questo racconto tutto questo controllo si traduce poi nel plausibile risultato che il colpevole viene rintracciato immediatamente, mentre nel nostro mondo la scarsa privacy causa problemi, spesso e volentieri, ma chissà com’è raramente aiuta a trovare assassini e criminali in tempo record.

Il finale di questo episodio è perfetto per riassumere il senso di tutto ciò che ha voluto raccontare. Vite troncate per guardare la notifica di una foto sul social, e altre vite troncate di conseguenza delle quali però noi spettatori non sappiamo niente. Sono vite che diventano solo un’altra notifica sul social. Ogni persona guarda sul proprio cellulare cos’è successo, scrolla le spalle, e tutto continua come sempre.

Len Irusu
Scrivere rappresenta tutto ciò che sono, il resto è aria. Conviviamo in tanti nella mia testa e stiamo tutti una favola. Amo ciò che si lascia interpretare: non ho bisogno di sapere tutto, ditemi qualcosa, il resto me lo invento io. Libri, film, serie tv, videogiochi, manga, comics, anime, cartoni, musica... da tutto ciò che è intrattenimento posso imparare tanto e posso soprattutto trarre ispirazione, quindi ringrazio che esista. Ciò non significa che io non possa criticare anche ciò che amo, lo amo ugualmente senza per quello esserne accecata. It's fine to be weird. Live free or die. Canzoni della mia vita: The Riddle (Five for Fighting), Una Chiave (Caparezza), Dream (Priscilla Ahn). Film della mia vita: Donnie Darko, Predestination, Big Fish, The Shape of Water, Men & Chicken... Non esistono sessi, non esiste una sola forma d'amore, non è tutto bianco, non deve sempre vincere la maggioranza se la maggioranza è ferma nel Medioevo.