Martin Eden (2019) – Recensione – Pietro Marcello

Martin Eden

Martin Eden, film del 2019 diretto da Pietro Marcello, è tratto dall’omonimo romanzo del 1909 dello scrittore statunitense Jack London. Disponibile ora su Netflix.

 

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La trama

Il racconto, ambientato a Napoli tra il biennio rosso e gli anni ’70, narra della vita di Martin Eden (interpretato da Luca Marinelli), umile marinaio che si innamora di Elena Orsini (interpretata da Jessica Cressy) studentessa universitaria e figlia dell’alta borghesia.

Il giovane spera un giorno di sposare l’amata. Così, con l’intento di emanciparsi e di diventare scrittore, decide di abbandonare la vita di mare per dedicarsi all’istruzione. Martin sceglie di conquistare il suo futuro scavando con le proprie mani nel repertorio delle sue esperienze e nelle grazie degli editori.

Non troppo tardi Martin si troverà a lottare contro l’ingiustizia di vedere il suo amore ostacolato dalla differenza di classe e questo conflitto interno si rifletterà nella sua scrittura.

Elena Orsini e Martin Eden
Elena Orsini e Martin Eden

L’atmosfera pittorica in Martin Eden

La scrittura grezza di Martin

I suoi primi racconti sono grezzi, “troppo veri” – gli dice la sorella – “qui la gente ha bisogno di ridere”. Veri, proprio come le parole di Martin, sono i frammenti di vita ritratti in questa opera cinematografica. Questa, infatti, ci fa rivivere – attraverso un girato sapientemente impresso e delle immagini di repertorio – le abitudini del popolo proletario e la quotidianità degli ultimi, i così detti “servi della gleba”.

È un’immagine grezza, sporca, viva e vera quella che cattura la semplice espressività degli uomini, in una fotografia (curata in modo raffinato da Francesco Di Giacomo) dalle differenziazioni cromatiche che restituiscono un volto, un’espressività, un’esistenza ai protagonisti senza voce e senza volto delle lotte di classe di quel tempo.

La tecnica di ripresa in pellicola

Ed è proprio su quel “grezzo” che opera Pietro Marcello, insieme al direttore della fotografia Francesco Di Giacomo e ai montatori. Costoro inseriscono perfettamente il racconto all’interno di un contesto realistico, evocato dalle immagini storiche di repertorio, ma scegliendo di girare il film in pellicola Super 16 mm con una MdP analogica (Arriflex 416 Plus).

In un straordinario risultato visivo, le riprese ci restituiscono un’immagine dalla consistenza vaporosa e dalla grana pittorica, le cui imperfezioni materiche vivificano il racconto. Questa tecnica di ripresa sapientemente adoperata confonde il girato con le immagini storiche di repertorio, creando dubbi e incertezze nello spettatore, il quale si chiede quale dei due mondi stia guardando.

Atmosfere impressioniste e caravaggesche

Pietro Marcello, ben cosciente di quale sarebbe dovuto essere il risultato visivo della sua opera, introdusse il direttore della fotografia a un universo di film russi degli anni ’60 e ’80. A questo proposito, non possiamo fare a meno di pensare alla tecnica e alla poetica del grande regista Andrej Tarkovskij.

Martin Eden presenta una composizione scenica ispirata anche a grandi pittori impressionisti e barocchi. Nelle inquadrature ritroviamo spesso impresse le atmosfere velate tipiche dell’impressionismo di Claude Monet. Nelle sue opere, infatti, le figure – messe in risalto da sottili giochi di luci e controluci – appaiono in perfetta sintonia con la natura dei giardinetti privati. Ritroviamo, inoltre, la rappresentazione della vita mondana di Renoir.

Alcune riprese citano le luci e le geometrie tipiche delle opere di Caravaggio. Per cui vediamo come, in alcune sequenze drammatiche, chiaroscuro e tenebrismo fanno emergere le figure dei personaggi in un gioco di luce ed ombre ad alto contrasto.

La fotografia di Martin Eden e Caravaggio
La fotografia di Martin Eden e il chiaroscuro di Caravaggio

Martin Eden: personaggio drammatico

La conoscenza e la consapevolezza

Il personaggio di Martin Eden si evolve proprio attraverso l’istruzione, la lettura e la sua insaziabile sete di conoscenza, che diviene nel film vero e propria possibilità per emanciparsi e per combattere la povertà.

La prima volta che ho provato a scrivere non avevo nulla di cui scrivere, non avevo pensieri, non avevo neppure le parole. Ma via via che ho arricchito il mio vocabolario ho riconosciuto nelle mie esperienze qualcosa di più che dei semplici quadri, e ne ho trovato finalmente l’interpretazione.” (Martin Eden)

Questa frase, così importante per il suo valore pedagogico, rievoca le parole di Heidegger secondo cui “le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per pensare” per cui è inevitabile che “riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo”.

Martin, con l’ausilio della sua crescente conoscenza, riesce a riflettere in modo sempre più critico e consapevole sulla sua vita e sulle condizioni drammatiche dei bassifondi sociali da cui proviene. Ed è a quel rude passato che Martin deve la sua fama. Paradossalmente, è proprio alle logiche di dipendenza e sfruttamento – su cui si è basata la sua esistenza e su cui si basa ora il suo conflitto personale – che deve il suo successo da scrittore.

Come cambia la vita di Martin Eden
Come cambia la vita di Martin Eden

L’individualismo anarchico

Questa evoluzione che si mostra nello sviluppo di un pianeta o di ogni seme che su di esso germogli, ha luogo pure nella società attraverso la lotta di classe.”

Martin, assumendo una prospettiva anarco-individualista, si pone esternamente alle lotte di classe, osservandole da un punto di vista isolato. Al tempo stesso, però, le vive con tribolazione all’interno delle sue opere e dei suoi drammi personali.

Consapevole che gli uomini non saranno mai liberi da un padrone, Martin si pone contro ogni forma di potere collettivo (sia esso socialista o liberale) e rivendica la sua voce attraverso una scrittura piana di risentimento.

Martin Eden: eroe drammatico

Il personaggio di Martin Eden diviene sempre più drammatico. In un crescendo, assume posizioni teoriche del darwinismo sociale – relative all’inevitabile sopravvivenza del più forte sul più debole – fino ad impersonare i tratti dolorosi e nichilisti tipici della fase finale della produzione nietzschiana.

Le piene convinzioni sociali e politiche di Jack London – autore del romanzo da cui il film è tratto – trovano eco nella pellicola di Pietro Marcello. Il regista, infatti, rievoca il conflitto tra ideale e materiale, la ferocia del capitalismo e delle sue leggi sullo sfruttamento, l’atteggiamento scettico verso le concrete possibilità del socialismo e la sua “moralità da schiavi”. Nelle riprese storiche, in cui tali convinzioni vengono amplificate, trova spazio per qualche istante l’anarchico italiano Enrico Malatesta.

Martin Eden finisce per diventare un eroe negativo, drammaticamente reale, il cui apice autodistruttivo trova eco nella scena dell’università. Ivi reciterà una poesia satirica Attenti al cane! di Stig Dagerman, anarchico svedese, consegnata dallo stesso Degerman al quotidiano prima di morire suicida,  l’ultimo giorno della sua vita.

Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento: abbattere i poveri.
Così il Comune risparmierà qualcosa.

(Ultima strofa della poesia satirica Attenti al cane! di Stig Dagerman)

Luca Marinelli, l’attore perfetto

In questa sapiente rievocazione del fervore politico, sociale e culturale di un Novecento che mai più tornerà, il regista trova l’attore perfetto in Luca Marinelli. Il suo volto – bello ma con i caratteri marcati della napoletanità – è l’espressione grezza e a tratti sporca di quell’autenticità perduta, di quella vita vera, di quel racconto politico e sociale che è questo film. Pietro Marcello rievoca la bellezza del tempo che fu affidando questo compito ad un attore che meglio di chiunque altro avrebbe potuto farci riassaporare la dolorosa passione che scorrevano nel sangue di uomini fin troppo coscienti della drammaticità della vita.

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso, il che d’altra parte non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare sono anche io una potenza e la mia potenza è terribile finche avrò il potere delle mie parole da opporre a quella del mondo. Perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce libertà.” (Martin Eden)

Se questa recensione vi è piaciuta e volete supportare il nostro lavoro potete pensare di acquistare la versione Home Video del film a QUESTO LINK!

 

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Federica Vadruccio
Leccese di origine, studia Antropologia all’Università di Bologna. Amante della buona musica e ottima osservatrice, crede fermamente che dal dialogo e dal confronto possano nascere grandi idee e sagge intuizioni. “Se puoi vedere guarda, se puoi guardare osserva”: è questo il pensiero che più la rispecchia, e per tale ragione trova nel cinema una splendida finestra attraverso cui conoscere e indagare l’uomo e il mondo.