Shiva Baby – Recensione – Emma Seligman

Shiva Baby è il debutto registico della giovanissima Emma Seligman, che, unendo la commedia degli equivoci all’umorismo della tradizione ebraica, mette in scena con ironia e forte realismo la crisi delle giovani donne in cerca della propria strada.

 

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Shiva Baby – Recensione – Un esordio notevole

La regista esordisce con un’opera attualissima, il cui tema di fondo è la difficoltà nel trovare una forma di autorealizzazione, come persona ma soprattutto come donna, in un mondo per i giovani sempre più caotico.

Anche se contenuto e tono sono diversissimi, la pellicola ricorda sotto diversi aspetti un altro dirompente esordio, quello di Thomas Vinterberg all’interno del Dogma: il pretesto della celebrazione per sviscerare le ipocrisie di un gruppo, in un caso sociale e nell’altro familiare, si ricollega infatti a Festen (1998), mentre più in generale l’uso frequente della camera a spalla ricorda il realismo del Dogma 95.

Questa scelta registica ha anche il pregio di sottolineare l’espressività della protagonista, subito presentata come un personaggio atipico e quasi ostile nei confronti del pubblico.

Sceneggiatura, caratterizzazione e tematiche

L’espressività di Danielle, perfettamente interpretata da Rachel Sennott, e la sua caratterizzazione cinica, unite alla situazione tipicamente comica del “pesce fuor d’acqua”, contribuiscono a creare un’atmosfera ironica e autoironica che ricorda le feste a cui partecipa Woody Allen, maestro dell’umorismo ebraico, in Io e Annie o in Manhattan: a questo tipo di comicità si unisce in modo originale e davvero divertente la più convenzionale commedia degli equivoci, la cui chiusura lascia un po’ troppe situazioni aperte ma non sminuisce la qualità della sceneggiatura, sicuramente l’aspetto più notevole del film.

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La scrittura di Seligman riesce infatti ad affrontare in modo divertente ma lucido e originale le più recenti problematiche del femminismo.

L’affermazione accademica e sociale, anche se in un campo tradizionalmente maschile come la legge, è infatti posta sullo stesso di livello di traguardo obbligato del matrimonio e di un aspetto fisico “adatto”: il popolarissimo ruolo della girlboss, incarnato dal personaggio di Dianna Agron, va quindi a sovrapporsi a quello tradizionale della moglie come modello per inquadrare socialmente le donne e farle sentire inadeguate.

La scelta di Danielle di prostituirsi non è “solo” una rivalsa per lo stress subito quando anche i familiari criticavano il suo aspetto fisico, ma si configura quindi come una forma di ribellione e di affermazione personale alternativa, politicamente scorretta e dolorosa per la stessa Danielle ma coerente con la sua provocatoria caratterizzazione.

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Shiva Baby – Recensione – Note tecniche

Oltre alla sceneggiatura e alla regia è doveroso segnalare l’uso della messa a fuoco, semplice ma efficace, e il montaggio sonoro, che utilizzando musica tradizionale ebraica contribuisce a sottolineare i momenti comici ma anche lo straniamento e il disagio percepiti da Danielle.

Lucia Ferrario
Classe ‘98, milanese trapiantata a Roma che all’età di cinque anni si innamorò di Marilyn Monroe guardando Niagara in televisione. Introdotta da Tarantino al magico mondo dei B movies, spera un giorno di guadagnarsi il pane sceneggiando grazie agli spiriti guida di Billy Wilder e Charlie Kaufman.