Love, Death & Robots Volume 2 – Recensione – Tim Miller e David Fincher

Love, Death and Robots è una serie antologica d’animazione per adulti creata da Tim Miller (il regista del primo Deadpool) e prodotta, tra gli altri, da David Fincher (colui che ci ha regalato pellicole come Seven, Fight Club, Il curioso caso di Benjamin Button ed il più recente Mank).

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 Che cos’è una serie antologica?

Abbiamo aspettato per oltre due anni, carichi ed impazienti, perché la prima stagione (o meglio, il primo volume) ci era piaciuta davvero tanto, ma possiamo ritenerci soddisfatti? Insomma…
Sia chiaro, non reputo siano brutti episodi, però, se li si confrontano con i precedenti, si può notare che non raggiungono complessivamente i livelli di bellezza e profondità di quelli usciti nel marzo del 2019.

Procediamo con ordine e facciamo prima un breve riepilogo per tutti coloro che non conoscono questo prodotto o non sanno di cosa tratta.

Ci sono due tipologie di serie antologiche: quelle che presentano storie diverse per ogni stagione e quelle in cui le trame sono differenti per ogni singolo episodio.

L’esempio forse più famoso per la prima categoria è lo show televisivo American Horror Story, mentre per la seconda è Black Mirror.
In questo caso siamo molto più vicini al secondo prodotto, non solo perché presenta racconti diversi per ogni singola puntata, ma anche l’approccio narrativo è molto simile.
Sono infatti entrambe due opere di genere fantascientifico ambientate in realtà alternative o futuri distopici, in cui si parla di specifici temi.

Per quanto riguarda Love, Death & Robots non è molto difficile capire quali siano, poiché stanno proprio nel titolo: amore, morte e robots.
Si differenzia però dalla serie britannica, oltre al fatto che si tratta di un prodotto animato, per una durata più contenuta (se gli episodi della prima durano almeno quaranta minuti, quelli della seconda al massimo 18) ed una comunicazione del messaggio spesso più criptica ed emblematica.

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La prima delusione di questo nuovo volume

Tantissimi utenti si sono reputati delusi dalla qualità degli episodi di questa nuova stagione, ma c’è un altro aspetto che a me, personalmente, non ha particolarmente entusiasmato ed è una cosa che si è potuta notare ancora prima di iniziare a vedere le puntate: la loro quantità.

Il primo volume contava un numero di storie pari a diciotto, mentre gli episodi usciti lo scorso venerdì sono solo otto, dieci in meno rispetto al 2019.
Un numero così inferiore non sarebbe un problema di per sé, quello che mi ha fatto storcere il naso, più che altro, è che siano passati non uno ma ben due anni tra le serie.

Sul ritardo di un anno e sull’inferiore numero di episodi non ci sono motivazioni confermate, solo ipotesi.
Una di queste vede al centro la pandemia da Covid-19, che ha colpito il mondo durante i primi mesi dell’anno scorso, anche se, sinceramente, penso che la pandemia in realtà c’entri poco.
Questo perché, come ho già scritto, la prima stagione è uscita nel mese di marzo ed è vero che, in genere, le seconde stagioni delle serie Netflix non escono mai esattamente dodici mesi dopo la prima, ma tredici o quattordici circa, però anche se fossero stati effettivamente tredici o quattordici il coronavirus avrebbe ostacolato poco, perché è scoppiato a marzo 2020; un periodo in cui, seguendo questa logica, gli episodi sarebbero dovuti essere già pronti, se non del tutto, quasi.

Non sappiamo quindi, esattamente, cosa possa aver causato tutto questo, possiamo solo sperare in un maggior numero di puntate nella già annunciata terza parte, che arriverà nel 2022.

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Episodi fini a sè stessi

A parte il numero degli episodi, quello che mi ha convinto poco di questa stagione è che alcuni di essi sembra che puntino tutto sul comparto tecnico e su quello visivo.

Ho già scritto che si tratta di una serie televisiva d’animazione, ma ciò non basta. C’è da specificare anche che non presentano tutti quanti lo stesso stile, alcuni sono in animazione 2D, altri in 3D, altri ancora in un misto tra queste due tecniche ed un ultimo gruppo è composto da puntate che fanno uso dell’iperrealismo.

Per chi non lo sapesse, l’iperrealismo è una tecnica che punta a risultare il più vicino possibile ad una ripresa live-action. Esempi si possono trovare in due pellicole dirette da Robert Zemeckis come Polar Express e A Christmas Carol, oppure in una grandissima quantità di videogiochi. Quando si dice che tantissimi titoli appartenenti a quest’ultimo mezzo di comunicazione sono fatti talmente bene da sembrare reali è proprio perché gli sviluppatori hanno svolto un ottimo lavoro con l’iperrealismo.

In Love, Death & Robots avviene la stessa cosa, alcune puntate sembrano veramente delle riprese live-action. In alcuni momenti, addirittura, ci si dimentica quasi di stare guardando un prodotto animato.

Da questo punto di vista quindi, la serie è sicuramente un piacere da guardare. Ciò che fa un po’ meno piacere è che alcune delle storie che vengono inscenate sembrano quasi non comunicare nulla.

In particolare, senza fare spoiler, gli episodi che più mi hanno lasciato questa sensazione sono: La cabina di sopravvivenza e Pop squad.

C’è da dire che il primo di questi due l’ho trovato ben realizzato dal punto di vista intrattenitivo, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore ed a tenerlo incollato allo schermo, ma se lo si confronta con altri corti usciti due anni fa, si nota che manca una sorta di profondità a cui la serie ci ha abituato. Bello da vedere, ma un po’ troppo dimenticabile a mio parere.

Per quanto riguarda il secondo invece, oltre ad essere fine a sé stesso, l’ho trovato anche non particolarmente interessante da guardare. Inoltre ho avuto l’impressione che lasci un po’ troppe domande aperte, molte di più di quanto non venga fatto, in maniera più contestualizzata, in altri episodi.
L’unica cosa che mi sia effettivamente piaciuta è l’ambientazione, perché si tratta di un palesissimo omaggio alla saga di Blade Runner.

Devo ammettere però che ci sono state alcune puntate che mi sono effettivamente piaciute, come Era la notte prima di Natale e Il gigante affogato.
Sono riuscito ad apprezzarle perché penso siano le uniche ad essere davvero al livello di qualità a cui ci eravamo abituati, riuscendo quindi a comunicare un messaggio e a lasciare effettivamente qualcosa allo spettatore.

I restanti episodi mi sono sembrati abbastanza interessanti. Non quanto avrei sperato, ma rispetto ad altri che ho citato risultano meglio riusciti.

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Tiriamo le somme

In sostanza, questi nuovi episodi di Love, Death & Robots, a mio parere, non sono brutti (a parte i due di cui ho parlato nel paragrafo precedente), però hanno un impatto nettamente inferiore rispetto a quelli usciti due anni fa.

C’è da dire comunque che, a mio parere, bisogna prendersi un po’ di tempo per elaborarli al meglio, assimilarli e cercare di capirli meglio.
In un primo momento mi sono sentito profondamente deluso, ma ripensandoci, alla fine, penso che in realtà non siano poi così male. Non come quelli del primo volume, ma tutto sommato interessanti.

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Edoardo Scarlatti
Nato a Bologna nel 1996, si appassiona al cinema da bambino, quando capisce gli piacerebbe lavorare in quel campo. Più nello specifico come regista e sceneggiatore. Nel 2020 apre su Instagram un profilo che chiama "Recensisco Cose Audiovisive", con cui inizia a parlare di cinema e serie televisive con altre persone che condividono la sua passione.