Babysitter – Recensione Film – Teorema di Pasolini ai tempi del #MeToo

Babysitter – Il film – Recensione

Aggiunto il 29 agosto al vasto catalogo di Mubi, Babysitter è un film straordinario, grottesco, che non manca di essere in linea con le trasformazioni del periodo storico che stiamo vivendo, il movimento del #MeToo e questo “femminismo di ritorno”, che sta trasformando (com’è giusto) il cinema occidentale.

In questi anni, i film che vediamo in sala o sulle piattaforme sono cambiati, com’è naturale che avvenga. Difatti, rispondono ad una serie di trasformazioni che interessato la realtà di tutti i giorni. Il cinema – un po’ come la letteratura, l’arte e la musica – è lo specchio della società e racconta meglio di un libro di sociologia e psicologia tutte le dinamiche in atto nello spazio domestico e fuori. Questo perché non si serve di parole ma di immagini, che assumono per forza di cose una valenza universale. Quello che maggiormente va elogiato di questo film del 2022 di Monia Chokri  è la capacità di mettere nero su bianco ogni fase di questo passaggio di potere dall’uomo alla donna, di rappresentare in maniera originale e ben scandita in che modo il nostro presente si sta evolvendo. Racconta con quanta superficialità si cerchi di aderire a determinati modelli e di quanto sia difficile (per gli uomini, in primis) giungere ad una vera comprensione della nuova realtà in cui vivono, un momento storico in cui le loro azioni assumono una nuova valenza. Ma procediamo con ordine.

Babysitter – Come tutto ha avuto inizio

Innanzitutto, il film è stato girato durante la pandemia. Non è una circostanza che si avverte durante le riprese, come accaduto in molti altri film del periodo. Anzi, nel girare questo secondo cortometraggio, la regista e attrice Monia Chokri si è particolarmente divertita. Probabilmente, se non ci fosse stata una risposta così positiva ad un’esperienza così stressante e complessa, difficilmente ci sarebbe stato un film del genere. Babysitter è una perla rara, voglio che sia chiaro. Nasce grazie ad uno spettacolo teatrale firmato Catherine Léger, che si occuperà poi anche della sceneggiatura del film. L’evento scatenante, così come avveniva nella pièce, sono gli inappropriati commenti e le molestie del protagonista maschile della pellicola (Patrik Hivon) nei confronti di una giornalista. Tale comportamento si ripercuoterà sulla vita e sulla carriera dell’uomo, generando in lui una serie di sensi di colpa. Quel mondo perfetto e privo di conseguenze in cui il maschio bianco ed etero ha vissuto nella società occidentale si sgretola, costringendo l’uomo a rivedere le sue priorità. E per rendere le sue scuse all’universo femminile, decide di scrivere un libro.

Catherine Léger aveva scritto nel 2017 la sceneggiatura, senza sapere che di lì a poco sarebbe nato il #MeToo, un movimento al femminile grazie al quale moltissime donne hanno raccontato le diverse forme di violenza subite dalla controparte maschile. Eppure, la sceneggiatrice si è comunque rifatta ad un triste fenomeno che, in quegli anni, stava prendendo piede negli Stati Uniti. Si sta parlando del “Fuck her right in the pussy”: molti uomini, mentre delle giornaliste erano in diretta, lanciavano osservazioni oscene e minacciavano di stuprarle, richiamando l’attenzione dei media su un comportamento ostile che andava necessariamente debellato. Il film, quindi, si apre con il bacio che questo padre di famiglia ubriaco dà alla giornalista e a tutte le conseguenze che questo comporterà nella sua vita. Tale evento è l’incipit di una storia di desiderio, di trasformazione e di lotta tra i sessi.

Babysitter – Arriva l’elemento perturbatore

Un elemento che personalmente apprezzo in un film è quando non si capisce subito a quale altra opera cinematografica si ispirano. Non è una cosa semplice, purtroppo, non essere tanto espliciti. Eppure, tutti i riferimenti ad un certo cinema d’autore qui ci sono, eccome se ci sono, ma non sono così tanto manifesti. Certo è difficile non comprendere quanto Lolita di Kubrick abbia avuto peso nel film, insieme ad una fotografia e ad alcune scene che ricordano il cinema di Yorgos Lanthimos. Eppure, il riferimento a mio parere più interessante è quello a Pasolini e al suo Teorema.  Nel suddetto la vita di una famiglia borghese viene sconvolta dall’arrivo di un giovane, che rivoluziona e turba per sempre i fragili meccanismi su cui si poggiano i membri della famiglia. Questo avviene in misura ben diversa in Babysitter. Qui, infratti, la giovane e sensuale donna non mira a far venire fuori le pulsioni nascoste nel padre famiglia, né tantomeno nel subdolo fratello (Steve Laplante), ma nel personaggio interpretato dalla regista, che riesce così a comprendere meglio se stessa e a ritrovare la propria dimensione, spazio per sé e i suoi desideri.

Questo perché in un’epoca in cui si dà maggiore importanza ai sentimenti femminili, in cui le stesse donne sono chiamate ad un’autoanalisi priva di sensi di colpa, il cinema si rivela un mezzo per dare maggior spessore alla complessità della donna, spesso appiattita e rintanata nel ruolo di moglie e/o madre, come accade proprio in Pasolini. Perciò, se da una parte è un film di ironica denuncia, Babysitter rivela ed esalta i desideri più nascosti di ogni donna. Entra in quel filone cinematografico che, non a caso, tratta l’omosessualità femminile soprattutto come un potente simbolo di rivalsa e di autosufficienza. Come accade ne La ragazza del dipinto o in Una donna promettente, in cui si fa leva sulla lotta nonviolenta della femmina contro la violenza nascosta o manifesta del maschio. Qui, a giocare la partita più importante e a muovere i fili della narrazione è la splendida Nadia Tereszkiewicz, un’attrice giovanissima ma parecchio talentuosa, che con un succinto vestito cameriera, svela i meccanismi subdoli del corteggiamento maschile, sventa i costanti tentativi di sopraffazione, usando le armi tipiche del cinema erotico, nel quale la donna è solita far sentire il maschio piccolo e indifeso, incapace di reggere il confronto con la sua femminilità dirompente.

Caratteristiche queste che senza un cast così bravo, una sceneggiatura tanto brillante e scelte registiche tanto ironiche e originali, non sarebbero state messe in risalto così bene. Insomma, una perla rara da non lasciarsi sfuggire, disponibile su Mubi.

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Adele Porzia
Nasce nella provincia barese in quel del '94 con l'assoluta certezza di essere Batman. È in grado di vedere sette film al giorno e di finirsi una serie tv in tempi sovrumani. Peccato che abbia anche una vita sociale, altrimenti adesso sarebbe nel Guinness dei primati...