The Northman – Recensione – Robert Eggers

The Northman – Recensione

Quando si parla di Robert Eggers, Ari Aster e Jordan Peele si fa riferimento ad una generazione di “giovani” registi che hanno dimostrato come il cinema horror, dopo anni di puro appiattimento del genere, sia più vivo che mai.

Il principe Amleth sta per diventare un uomo quando suo padre viene brutalmente assassinato. Due decenni dopo, Amleth, ora un vichingo, incontra una veggente che gli ricorda il suo voto.

Nonostante Eggers stesso abbia recentemente dichiarato di non sopportare la visione di The Witch (“non ero abbastanza abile come regista per portare sullo schermo quello che avevo in testa“), la sua opera prima rimane uno degli esordi più folgoranti degli ultimi decenni. The Lighthouse è stato il film della conferma, spiazzante e personale, a tre anni di distanza lo si potrebbe considerare senza troppe elucubrazioni il suo capolavoro.

Cosa è, invece, The Northman? Citare, nuovamente, le parole del regista sembra doveroso: “A proposito di The Northman, sono orgoglioso ma non tutto è proprio come speravo che fosse. Quindi mi piacerebbe fare qualcosa con la portata e la scala che mi permetta di portare sullo schermo ciò che è nella mia immaginazione“. Non si tratta tanto di sminuire le proprie capacità, quanto di comprendere quale sia il proprio terreno d’azione privilegiato. Per questo motivo The Northman rappresenta l’opera della maturità di Eggers: un film molto più grande rispetto ai precedenti (basti pensare al budget di circa 60 milioni di dollari, contro gli 11 di The Lighthouse e i 4 di The Witch) che ha confermato la versatilità del regista, la sua idea relativa al cinema e ha portato alla luce un’autoconsapevolezza invidiabile.

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The Northman – Recensione

Durante la visione di The Northman non si hanno dubbi circa la paternità dell’opera: lo studio del folklore e la ricostruzione di luoghi, usi e costumi di epoche passate; le inquadrature frontali e simmetriche che creano dei quadri eleganti e sembrano scavare nei meandri più oscuri dell’animo umano; i movimenti di macchina lenti e inesorabili; la fotografia spenta, desaturata, la rappresentazione di un mondo senza sole. Nonostante si tratti di un dramma d’avventura, il fil rouge che lega tutto ciò è sempre l’orrore, che permane nell’iconografia, nell’irrazionalità di riti e canti, in figure come streghe e sciamani, in profezie e visioni oniriche. Ovviamente le musiche giocano un ruolo di primo piano nella creazione dell’atmosfera, tra motivi nordici distorti e canti “demoniaci” alla Eyes Wide Shut (è solo una coincidenza la presenza di Nicole Kidman nel cast?).

È proprio sul piano figurativo, ma più in generale della messa in scena, che Robert Eggers continua a stupire, rendendo partecipe il pubblico delle sue inquietanti fantasie più recondite. Se da un lato immagini come quella della veggente o del teschio di Heimir il Folle rimangono impresse, è altrettanto importante la vocazione del regista statunitense ad un cinema sensoriale: i corpi sembrano tangibili, a portata di mano, nella loro scultorea fisicità, sporchi e unti. I combattimenti, terribilmente realistici e violenti, colpiscono per la loro dirompenza, anche grazie al coinvolgimento di corpi come quelli di Alexander Skarsgård e Claes Bang, che sembrano scolpiti da anni di esperienza sul campo di battaglia più che da intense sedute di body building. Nonostante la ricostruzione dello knattleikr, sport di squadra dei vichinghi, sembri rasentare la minuziosità del documentario, talvolta le esigenze rappresentative portano ad un’utilizzo della computer grafica forse a tratti anticlimatico, ma ben ponderato e mai irritante.

È inevitabile leggere The Northman in relazione ad una certa dialettica uomo-bestia. L’uomo (non l’essere umano, perché la rappresentazione di una società fortemente ancorata su basi patriarcali porta a dover fare un discorso distinto per le donne) è visto nella sua essenza più primordiale, legata all’istinto, qualità solitamente attribuita agli animali (che, come nei film precedenti di Eggers, giocano un ruolo fondamentale in termini di simbologia). L’uomo è animale, nel significato più neutro del termine, per la forza e gli istinti, ma lo è anche in termini di ruolo sociale e per la bestialità delle sue azioni: dopo la conquista del villaggio da parte del gruppo capeggiato da Amleth, le persone ritenute deboli e non produttive, dunque inutili, vengono arse all’interno di un capanno, in una scena tristemente gemella a quella di Va’ a vedi di Elem Klimov. In merito, non si può chiaramente prescindere da una riflessione lapalissiana sulla schiavitù. Ancora una volta la sceneggiatura di Eggers e Sjón ha le parvenze di un accurato documento circa l’organizzazione sociale dei popoli rappresentati, tra ritualità, lavoro e suddivisione in classi non comunicanti tra loro.

Valori patriarcali, che oggi definiremmo come simboli di “mascolinità tossica”, sono presenti nella retorica del guerriero, dell’uomo forte, che vede il primato dell’onore anche a costo della stessa vita: la vendetta è il mantra ed è una diretta conseguenza di tali considerazioni. È emblematico come Amleth (Alexander Skarsgård) sia caratterizzato dalla sua forza, mentre Olga (Anya Taylor-Joy) dalla sua astuzia. Secondo questa statuaria suddivisione dei ruoli di genere, l’astuzia sembra l’unica qualità che possa garantire una posizione di rilievo alla donna all’interno della società descritta dal film, nel bene e nel male. Ciò porta Olga e la regina Gudrún (Nicole Kidman) a sfruttare la loro unica caratteristica influente nel contesto di appartenenza, la bellezza esteriore. Se Amleth, in quanto schiavo, evita di essere venduto per merito della sua forza, Olga riesce nell’obiettivo esplicitamente per la sue caratteristiche estetiche. Stesso discorso, come anticipato, per il personaggio interpretato da Nicole Kidman, simbolo dello sfruttamento della donna. A metà tra vittima e femme fatale, muove i fili ed esercita un enorme potere d’influenza sul marito, il re, ancora una volta mosso da istinti più basilari, quali la vendetta, la sopravvivenza e l’onore.

Interessante anche l’immagine proposta della sessualità, vissuta come momento di vita sociale, non censurata, da parte della popolazione governata dall’antagonista, Fjölnir (Claes Bang). Al contempo descritta come momento privato, di intimità, vissuto dai due eroi, Amleth e Olga, in termini romantici e di unione metafisica. Non sembra che il film voglia proporre una tesi in merito a cosa sia giusto o sbagliato, soprattutto tenendo in considerazione come la caratterizzazione dei personaggi non sia per niente manichea (non è difficile empatizzare con la regina Gudrún – cattiva – o trovare delle problematicità nel pensiero e nelle azioni di Amleth – buono). Non vi è l’ingombro della presenza di un pensiero occidentale-cattolico, ed è curioso pensare al cristianesimo nei termini proposti dal film, una religione che venera un dio che è “un cadavere inchiodato ad un albero“. Mentre facilmente decifrabile è la simbologia della battaglia finale, alle porte di Hel (ricorda l’inglese hell, inferno), tra lava, tenebre e fiamme.

The Northman è un percorso fisico e interiore, un’avventura nelle zone più recondite della natura e nei meandri dell’animo umano, con tutte le sue contraddizioni e fragilità. Un viaggio tra il metafisico e l’oggettivo, in cui la morte, presenza costante, è vista come fase di passaggio ma rappresentata nella sua più cruda e inequivocabile realtà. Robert Eggers realizza il suo film della maturità artistica, un’opera completa, soddisfacente e di pura espressione dell’arte cinematografica. È stata tralasciata la grandezza del cast, con interpreti eccezionali che incarnano dei personaggi forse meno centrali che in The Lighthouse e più legati all’intreccio della storia presentata. Questo perché, per la prima volta, il regista ha dovuto fare i conti con una narrazione più focalizzata sullo sviluppo degli eventi, dovendo mettere a freno, in minima parte, alcune delle sue ambizioni autoriali, per via di qualche intoppo produttivo che sicuramente ha plasmato il risultato finale della pellicola, comunque parecchio al di sopra della media, in un panorama cinematografico delle grandi produzioni che in molti sensi appare stagnante. Non si può far altro che amare e studiare la filmografia di Eggers, in attesa di sue nuove fatiche, compreso quel remake di Nosferatu di cui si è a lungo vociferato.

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Alessandro Corrao
Classe '01, palermitano dislocato a Bologna, di giorno è uno studente del DAMS, di notte si trasforma in un imperscrutabile accumulatore di materiale nerd: dvd e blu-ray di film e serie tv, libri e fumetti (esclusivamente Dylan Dog e Diabolik). Cinefilo patriota, mette il cinema nostrano davanti a tutto: consigliategli un film di genere italiano anni '70/'80 (preferibilmente horror, preferibilmente Fulci) e sarà vostro. Tra i suoi registi preferiti si denotano anche Brian De Palma, Clint Eastwood, Quentin Tarantino, Dario Argento, Carlo Verdone e David Cronenberg.