Alice in Borderland – Recensione – Netflix

Alice in Borderland

Dopo Squid Game, molti fan non si sono lasciati sfuggire Alice in Borderland, serie Netflix giapponese. Ecco la sua recensione!

Squid Game è stato visto da chiunque, anche da chi non è amante del genere survival o di quello distopico, attualmente tra i più visti ed apprezzati. Eppure, la serie sudcoreana ha lasciato un vuoto nei cuori dei suoi spettatori, spingendoli a cercare qualcosa che le assomigliasse il più possibile. La loro brama è stata presto soddisfatta da una serie del 2020, attualmente nella top 10 Netflix, e quindi tra le più viste del periodo. Si sta parlando, naturalmente, di Alice in Borderland, ambientata a Tokyo e basata su un manga, che ha ispirato anche la celeberrima serie sudcoreana.

 

Copertina del primo volume del manga

Perché Squid Game è riuscita meglio?

L’omonimo manga, diviso in 18 tankobon (volumi) e terminano nel 2015, ha ispirato un anime di 3 OAV e la serie Netflix in 10 puntate da circa un’ora l’una. Diversamente da Squid Game, l’azione non si svolge in un solo luogo imprecisato in Corea, ma il set cambia a seconda dei giochi, e può essere in uno dei tanti grattaceli o appartamenti di Tokyo. Da questo punto di vista, è parecchio più dispersivo e non vengono forniti da subito i dettagli dell’organizzazione. In verità, la situazione non sarà chiara fino all’ultima puntata e comunque rimarranno dei dubbi, che spingeranno a proseguire la visione anche della seconda stagione, adesso non ancora disponibile.

I personaggi del primo episodio dell’anime, a sinistra il protagonista Arisu

Questa è una scelta non condivisibile, perché si tratta di dettagli di organizzazione interna. È come se vedendo Squid Game non sapessimo come funziona la selezione dei giocatori, quasi siano le differenze tra le guardie, il presunto scopo di tutto il sistema. Non dare questi dettaglia, appunto, “organizzativi” e rimandare la spiegazione dell’ossatura della serie, significa non far tornare del tutto i conti allo spettatore. È un errore della serie, nonostante per molti aspetti sia ancora più interessante della serie coreana (oltre che originale), questo rimandare le cose che necessariamente lo spettatore deve conoscere, perché fa perdere credibilità a tutto quello che vede. È come se tutto poggiasse su una base inesistente.

Un problema non di poco conto, che fa perdere qualche punto alla serie. C’è una regia interessante, una bella sceneggiatura. È un adattamento fatto davvero bene, ma per chi conosce il manga e ha già visto l’anime e, quindi, sa tutto o quasi. È quanto mai interessante che in Alice in Borderland lo spettatore non possa indovinare niente di quello che accade o chi sia il responsabile, diversamente da Squid Game, che offre moltissimi indizi al riguardo. Così come sono davvero interessanti i giochi, specie quelli che sono basati più sull’intelligenza, che sulla forza fisica. Anche se, a conti fatti, quelli basati sulla resistenza e la forza si possono risolvere anche solamente con il “ben dell’intelletto” citando Dante.

Una scena della serie Netflix, tratta dalla prima puntata

Una bella serie con un bellissimo protagonista

Il protagonista è veramente un bellissimo personaggio. Non viene minimamente compreso dal padre, che preferisce apertamente il fratello a lui, proprio perché pare essere un buono a nulla, bravo solo a giocare ai videogame. Non studia, non lavora e, quindi, vale meno di zero in una società come quella giapponese in cui o ti inserisci nel sistema, negli ingranaggi del mondo del lavoro e contribuisci a rendere grande la tua città e nazione, o sei automaticamente fuori. Non è un caso che questo nullafacente, un Neet (Young people Neither in Employment or in Education or Training), viva proprio a Tokyo, la città più esigente e ricca del Giappone, dove ancora di più si sente la necessità, la pressione, di doversi inserire nel mondo del lavoro e contribuire in prima persona alla sua crescita.

Una scena della serie Netflix

Il protagonista Ryōhei Arisu, interpretato dall’attore e modello giapponese del ’94 Kento Yamazaki, per quanto fuori posto nella realtà lavorativa di Tokyo, è invece perfetto per questa nuova società, dove è fondamentale un certo talento per i videogame. E, infatti, sa perfettamente come risolvere i giochi, visto che si è allenato per tutta la vita. Essendo molto intelligente, sin da subito mostra la sua particolare bravura e propensione, riuscendo a risolvere il primo gioco e salvando i suoi cari amici. Quello che accadrà di lì in poi vale davvero la pena guardarlo.

È una bella serie, qualitativamente migliore di Squid Game, ma meno destinata a piacere ad un vasto pubblico. Meno iconica, meno organizzata, ma più originale e difficile da cogliere nei suoi meccanismi. Eppure, sarebbero stati necessari più dettagli, troppi misteri in cose che andavano chiarite sin da subito. Però, una bella serie, in cui una puntata tira l’altra e piena di contenuti di qualità. I personaggi sembreranno piuttosto pittoreschi ad un pubblico non abituato a vedere anime, ma sicuramente l’iniziale ritrosia sarà ben presto dimenticata. E, magari, può essere l’occasione buona per conoscere un bellissimo mondo tutto nipponico.

Adele Porzia
Nasce nella provincia barese in quel del '94 con l'assoluta certezza di essere Batman. È in grado di vedere sette film al giorno e di finirsi una serie tv in tempi sovrumani. Peccato che abbia anche una vita sociale, altrimenti adesso sarebbe nel Guinness dei primati...