Alice in Borderland e Re:Mind – Dopo Squid Game

Alice in Borderland e Re:Mind sono tra le serie che mi sono state consigliate dopo aver visto Squid Game. Mi piacerebbe analizzare il perchè e intanto anche dirvi cosa penso di queste due serie.

Alice in Borderland e Re:Mind sono tra i primi consigli che compaiono a chi ha appena finito di vedere Squid Game. Accadeva meno di frequente prima, quando non c’erano queste nuove piattaforme di streaming su cui trovare e guardare serie tv e film, ma da sempre se guardi qualcosa di appassionante poi vorresti che tutto il resto lo fosse altrettanto, allora accetti consigli su come proseguire. All’epoca c’erano gli amici che ti dicevano: se ti è piaciuto quello allora guarda…Oggi ci sono queste piattaforme che a seconda di come voti qualcosa (pollice alto o verso) poi decidono come consigliarti.

È un sistema un po’ subdolo, perché prevede che tu metta il MI PIACE ad un’opera cosicché la piattaforma ti consigli qualcosa di simile. Ma a me mettere il MI PIACE ad una roba come Final Destination pesa. Solo che voglio che mi si consigli qualcosa di simile, che magari sia meglio… E perciò spesso da me arriva il MI PIACE anche a cose terribili nella speranza che un giorno un film simile (però bello) mi venga consigliato.

Al contrario avrei dato a Squid Game altro che un MI PIACE, gli avrei dato un premio direttamente da casa mia, così la voglia di trovare altri gioiellini si è accesa nei giorni successivi al finale di quella serie e ho accettato le proposte fattemi.

Quindi, dopo Squid Game mi sono state consigliate molte cose.

Vediamone alcune, come Alice in Borderland e Re:Mind che sono quelle che ho già finito, e vediamo anche perché mi sono state proposte. Per Alice in Borderland il collegamento con Squid Game è immediato: in una situazione fuori dall’ordinario, alcuni ragazzi devono completare dei giochi al solo scopo di rimanere in vita.

Fin qui ok. Però, il collegamento con Squid Game finisce alla parola gioco e direi che non è poi tanto simile nemmeno quell’aspetto che comunque li accomuna. Mi è piaciuto Alice in Borderland, non quanto Squid Game ma mi è piaciuto. Non tutto però. Da una vita sostengo che non gradire tutta un’opera di intrattenimento non significa che il tempo speso con essa sia stato buttato via, significa che bisogna prenderne il positivo e riflettere sul negativo e in Alice in Borderland c’è moltissimo di buono.

Al contrario di Squid Game, questa è una serie dove non si gioca per ottenere qualcosa in cambio, si gioca solo per rimanere in vita. Purtroppo queste premesse cambieranno nel corso delle puntate ed è stata in parte quella, per me, la rovina della serie.

Anche qui i personaggi sono ben delineati, molto umani ed è facile affezionarsi ad essi anche in pochissime puntate. C’è più collaborazione tra loro perché sono amici, mentre in Squid Game la competizione è presente fin dall’inizio e per ragioni molto chiare. In Alice in Borderland fino alla puntata cinque avrete a che fare con giochi molto più esigenti, molto più difficili e spaventosi, eppure nessuno di essi darà la sensazione di inevitabile morte che si ha con quelli di Squid Game. Paradossalmente io sarei morta in ognuno dei giochi di Squid Game, mentre forse potrei sopravvivere in un paio di Alice in Borderland, per culo.

Purtroppo dalla sesta puntata in poi entra in gioco qualcosa che a me personalmente ha rovinato quella che era stata un’ottima esperienza fino a quel momento. Fino a quel momento avevo riso, pianto e mi ero arrabbiata con la serie. Dalla sesta puntata in poi ho cominciato a sentirmi solo molto frustrata e piuttosto persa. La trama si è persa e non so bene perché. Avrei chiuso Alice in Borderland attaccando gli ultimi venti minuti dell’ottava puntata alla quinta puntata e così avrebbe avuto più senso.

Vero è, però, che molti degli argomenti e degli spunti di riflessione sollevati dalle puntate sei, sette e otto non possono essere messi da parte, sarebbe un peccato. Peccato tanto grosso quanto quello commesso dalla serie che li solleva e poi non li sviscera. In particolare il tema del tradimento, quello dell’alienazione dal mondo, quello della transessualità, ho apprezzato lo sforzo fatto per parlarne, e davvero una quantità infinita di altri temi che erano troppo per un telefilm troppo corto.

Deduco che ci sarà una seconda serie. Non ne sono proprio sicura ma pare di sì, così come non sono sicura della seconda di Squid Game ma anche quella pare una possibile realtà. Ma mentre una seconda di Squid Game la guarderei con la speranza di sapere di più, con Alice in Borderland quello che è già stato detto mi basta e non è che mi interessi tantissimo.

Comunque vedremo. Passo a Re:Mind dicendovi subito la cosa principale e cioè che non mi è piaciuto.

O meglio, non mi ha dato soddisfazione. Come mai viene consigliato dopo Squid Game? Beh, di base perché c’è un altro gruppo di persone che si ritrova in una situazione assurda e che deve faticare per uscirne, ma qui c’è un gioco solo da giocare: quello del ricordo.

Queste ragazze, tutte provenienti dalla stessa classe e tutte ad un passo dal Graduation Day, si risvegliano legate attorno ad un tavolo in una stanza che non riconoscono e che è piena di oggetti e da lì in poi dovranno fare lo sforzo di ricordare qualcosa nello specifico, che è poi il motivo per cui sono finite lì.

Una specie di Saw molto soft. Qui l’Enigmista non mette alla prova le ragazze perché possano sopravvivere, vuole solo che ricordino e mettano insieme i pezzi. Ogni volta che un pezzo del puzzle viene messo al posto giusto, qualcosa accade in quella stanza. Ma se cercate un finale, una spiegazione soddisfacente, una scrittura lineare e ben costruita… Non l’avrete.

La nota positiva di questa serie è che tutti e tredici gli episodi sono ambientati in questa stanza con questa decina di ragazze che ci portano in un mondo che personalmente ho trovato a tratti spensierato e a tratti molto triste. Dipinte qui ci sono una serie di storie, relative ad ogni ragazza, che parlano di bugie, cattiverie, dispetti, lotte per essere la migliore, doppi giochi e doppie facce, maschere indossate per parlare con le amiche e una volta che le maschere cadono le amiche si possono pugnalare senza problemi.

Alcuni racconti sono troppo lontani dalla mia cultura e dalla mia esperienza, altri non ho faticato ad inserirli anche in quella che era la mia realtà delle superiori. Il problema di questa serie è che non delivera. It doesn’t deliver on its promise. Nel senso che purtroppo di tutta la bellissima atmosfera messa in piedi nei primi episodi non resterà nulla ora della fine.

Ad ogni ricordo che sembrerà svelare parte dei misteri della trama si aggiungerà qualcosa di cui non si sapeva nulla prima e che cambierà le carte in tavola, ma non in modo da soddisfare, in modo da complicare di più e spiegare ancor meno. Le ragazze ricorderanno solo in quel momento cose che data la loro gravità è impossibile che abbiano rimosso dalla mente, ricorderanno dopo ore cose che se ti succedono sono al primo posto nei racconti che fai della tua vita.

C’è un modo di scrivere sceneggiature che ho già riscontrato in serie come Tribes and Empires, e che probabilmente accomuna un po’ alcuni lavori orientali, che proprio non riesco a comprendere e che è il rivelare qualcosa come fosse un plot twist, ma che difficilmente lo è perché per quel plot twist tu non avevi nessuna premessa su cui basarti.

Mi spiego. È come se all’improvviso in un film compare un personaggio dicendo “Io sono il fratello di XYZ e sono il colpevole!” e tu non sapevi che XYZ avesse un fratello fino a due secondi prima e a momenti non sapevi manco che XYZ fosse un protagonista. E sono stata anche buona con questo esempio perché a volte quelle che in questa serie sono rivelazioni, con tanto di musica tesa in sottofondo, per lo spettatore sono solo un’alzata di spalle e il commento “E che me ne faccio di quest’informazione ora? Dove me la infilo?

C’è il però in tutto il mio discorso. Il solito però che ho usato anche prima. Non posso dire di non aver tratto qualcosa da questa serie, perché sono tre giorni che l’ho finita e continuo a pensarci. Continuo a pensare alla vita di queste ragazze. Continuo a trovarle da una parte detestabili, dall’altra vittime di una nuova società basata sull’apparire, sull’essere popolari e sull’avere dei valori che però non sai bene quali siano.

Tutte queste ragazze vogliono disperatamente fare la cosa giusta, tanto disperatamente che fanno sempre quella sbagliata.

In più occasioni durante la visione della serie ho pensato che dovrebbe essere vista dagli antis e da tutti quei poliziotti del web che puntano il dito contro questo o quel content creator dai contenuti a loro dire “problematici” nel tentativo di “ripulire” questo sporco mondo. Basarsi su quello che piace o non piace a noi per decidere quello che è giusto o sbagliato non è possibile. Ed è la prima grande ingiustizia di cui questa gente si macchia. E di cui si macchiano anche queste ragazze.

Grazie alle loro storie mi sono sentita molto fortunata ad essere nata quando sono nata, ad aver beccato questo periodo storico, non un anno prima non un anno dopo. Sono felice di non aver iniziato la mia vita da adulta circondata da cellulari e social media, sono felice di essere stata esattamente tra questo mondo e quello prima di questo, quello dove non si sapeva cosa fosse internet.

Non so come sarebbe stata la mia classe alle superiori se tutti noi avessimo avuto i social media con cui misurarci. Saremmo stati meno spensierati, credo.

Quella è l’altra cosa su cui rifletto da quando ho finito la serie; la sigla e le immagini della sigla. La canzone è toccante, ne sono ossessionata, la ascolto a ripetizione è bellissima, e la si presenta anche nel corso della serie, più volte, accompagnata da immagini delle ragazze che vivono la loro amicizia divertendosi e scherzando. In contrapposizione alla situazione in cui sono finite che è all’opposto di quei momenti che hanno vissuto. Come fosse automatico che una volta giunti alla fine dell’adolescenza si debba passare ad essere preoccupati e angosciati ogni santo giorno della vita.

Una ragazza lo dice nel corso della serie: non ho mai pensato che gli adulti potessero avere problemi. Io ovviamente non concordo con questo modo di vedere l’età adulta, però comprendo che non tutti la vivono allo stesso modo e che forse alcuni si preparano già da molto giovani a non essere più felici una volta cresciuti.

 

 

 

 

Len Irusu
Scrivere rappresenta tutto ciò che sono, il resto è aria. Conviviamo in tanti nella mia testa e stiamo tutti una favola. Amo ciò che si lascia interpretare: non ho bisogno di sapere tutto, ditemi qualcosa, il resto me lo invento io. Libri, film, serie tv, videogiochi, manga, comics, anime, cartoni, musica... da tutto ciò che è intrattenimento posso imparare tanto e posso soprattutto trarre ispirazione, quindi ringrazio che esista. Ciò non significa che io non possa criticare anche ciò che amo, lo amo ugualmente senza per quello esserne accecata. It's fine to be weird. Live free or die. Canzoni della mia vita: The Riddle (Five for Fighting), Una Chiave (Caparezza), Dream (Priscilla Ahn). Film della mia vita: Donnie Darko, Predestination, Big Fish, The Shape of Water, Men & Chicken... Non esistono sessi, non esiste una sola forma d'amore, non è tutto bianco, non deve sempre vincere la maggioranza se la maggioranza è ferma nel Medioevo.