DUNE senza Amore – Recensione – Denis Villeneuve

Quante volte avete trovato la ragazza o il ragazzo perfetto? Bella presenza, classe, giuste le parole, profonde le intenzioni, plausibile una bellissima storia. E poi tutto è finito subito e vi siete chiesti… perchè? Era la persona perfetta per me! Non gli/le mancava niente. Ma mancava l’amore. Che per carità… è una chimica. Ma qui, anche se siamo comunque in “due” (regista e spettatore), l’amore da parte del secondo c’è sicuramente (è quello per il cinema e ci permette di essere innamorati di più pellicole senza gelosie). Ma l’amore vero bisogna che lo metta chi crea il film, il regista.

E DUNE è senza amore.

Buoni buoni leoni da tastiera, promoter sfegatati del film e del nerd-mondo che ne segue (sicuramente sarete a centinaia di migliaia e con giusta causa). Il titolo vuole essere un po’ una provocazione ma soprattutto rimane una sensazione e una opinione personale, come giusto che sia. Non sto per asserire che il film è un brutto film, anzi. Vi ho appena detto che era il/la “partner” perfetto/a con cui passare una serata (se non una vita di amore). Eppure… i brividi non li ho sentiti e io al cinema i brividi li pretendo. Per opere che possono darli.

DUNE – La Recensione – Chi scrive ama DUNE, prima di tutto (il libro).

E fortemente desiderava una trasposizione cinematografica che rendesse ancora più gloria a quell’opera d’arte che è la serie di romanzi di Frank Herbert.

Ma questa pellicola mi porta proprio a capire, a confermare, che una trasposizione non è sempre possibile. DUNE di Villeneuve è un bel film! E’ una fedele trasposizione. Ben recitata, splendidamente realizzata. Si lascia guardare più che piacevolmente nonostante la durata giustamente non contenuta di 2h 35 minuti (anche se la prima ora è sicuramente migliore della seconda e 20 minuti dal tutto potevano essere tagliati per snellirne la fruibilità vista la lentezza di alcuni punti). Benissimo ha fatto Villeneuve a realizzare un film che promette intrinsecamente un secondo “capitolo” (anche se la scritta “Part One” che doveva comparire nei titoli di testa del film è scomparsa, ma solo nella versione italiana). Almeno per completare il narrato del solo primo libro di Herbert sono necessarie queste 4-5 ore che saranno. Così come sarebbero state necessarie all’epoca al povero David Lynch il cui film avrebbe preteso la medesima durata e che fu poi rimaneggiato da De Laurentiis (non si poteva far uscire al cinema un unico film di tale durata, dal punto di vista del produttore e ad ogni modo, comprensibilmente). 

DUNE – La Recensione – Le parole di Lynch

Ho zero interesse in Dune. Villeneuve non ha nulla a che vedere con questa. Per me fu motivo di angoscia. È stato un fallimento e non ho avuto il final cut. Ho raccontato questa storia un miliardo di volte. Non è il film che volevo realizzare. Alcune parti mi piacciono molto, ma è stato un totale fallimento per me

Ma avete presente nonostante le infinite difficoltà di portare il romanzo al cinema, nonostante gli stupri, i tagli, i rimaneggiamenti subiti, nonostante Lynch lo abbia disconosciuto firmandone una versione con il nome Alan Smithee e avvalorandone un’altra senza mai comunque benedirla… quanta sapienza, capacità e impronta autoriale, emozione e amore aveva il film di Lynch?

Vi abbiamo già parlato del DUNE di Lynch qui.

Il film vede la luce ma nuovi problemi sorgono nella fase di post-produzione. Lynch realizza un film troppo lungo e la casa di co-produzione dei De Laurentiis, la Universal, non accetta un film così lungo per le sale. Dune esce nel 1984 in una versione cinematografica di 137 minuti. Nel 1988 verrà rieditata una versione estesa per la TV, divisa in due parti. Esiste una versione firmata Alan Smithee (nome di un regista inesistente, che si utilizza ad Hollywood quando un autore disconosce il montaggio finale di un suo film). On line potete poi trovare una serie di versioni “fan made”, rimontate a partire da tutto il materiale reperibile, fino ad una finale versione del 2012 chiamata Redux. Insomma… un’odissea produttiva. Un’odissea di versioni diverse. Per non dire una strage.

E i critici dell’epoca, si, avranno potuto dire a ragione che forse era una sceneggiatura che faceva acqua (!!!) da tutte le parti ma con quanta cognizione di causa? (Sono convinto che la versione Redux abbia ridato molto credito alle intenzioni iniziali di Lynch. Fatto sta che lui non ne ha mai voluto parlare nuovamente considerando Dune come un episodio doloroso e CHIUSO della sua carriera. E come biasimarlo..)

DUNE – La Recensione – Gli Harkonnen sono “buoni” cattivi?

Alla luce della visione di questo nuovo DUNE, sono sincero, il mio amore comunque non smisurato per la versione di Lynch e fermo restando che non si dovrebbero paragonare due trasposizioni diverse (perchè l’uno non è il remake dell’altro ma una nuova trasposizione dal romanzo, si intende), in verità si è rinverdito. Per tutta una serie di motivi. Primo senza dubbio, la caratterizzazione dei personaggi. Intanto un buon film, come si suol dire (anche se pare una frase fatta ma mai ce ne fu una più vera) deve avere un buon cattivo. Ma avete presente l’aura di miticità cult che si è guadagnato il Barone Vladimir Harkonnen nell’interpretazione di Kenneth McMillan? E come Lynch ha caratterizzato questo grande cattivo del cinema? Ricoperto di malattie della pelle, viscido, olioso persino, crudele e spietato anche con i suoi servitori (una delle scene di omicidio più iconiche del cinema quella in cui uccide un suo giovane schiavo per divertimento staccando una valvola dal suo cuore che comincia a zampillare sangue che ricopre il volto del barone e schizza sulle pareti verdi di una scenografia steampunk mai vista prima, il tutto accompagnato da un oscuro organo drammatico come colonna sonora).

Basta questa scena a capire di fronte a che enorme cattivo del cinema ci troviamo. E il Barone di Villeneuve interpretato da Stellan Skarsgård? Che per carità, ottimo attore… piatto, non iconico, oscuro si, cattivo si, ma…? Vi siete innamorati del Barone del nuovo Dune? Io no. Avete percepito la potenza e i complotti degli Harkonnen con l’imperatore quanto possono essere oscuri e splendidamente politici e quanta strategia ci sia in queste mosse? Io no. 

E’ sicuramente perfettamente inscenato con ottime scenografie e una buona fotografia ma nulla di non visto prima.

Non voglio andare ad analizzare ogni altra interpretazione perché seppur tutte egregie sono caratterizzate dallo stesso problema (scusate il gioco di parole): quello di non essere ben caratterizzate. Non c’è empatia che ci faccia pensare: ecco un personaggio che amerò per sempre. Ecco una scena iconica! Non ce ne sono. Tutto il film è un buon film ma non ricordo una singola scena da amare di più e per altro neanche una singola riga di dialoghi che mi sia rimasta in testa (se non quelli presi direttamente dal romanzo di Herbert… e vabè è il minimo, quelli già li conoscevamo e spesso sono stati recitati con poca enfasi rispetto a quello che meritavano, perchè alcuni sono proprio dei punctum fondamentali – I must not fear. Fear is the mind-killer. Fear is the little-death that brings total obliteration).

DUNE – Dialoghi e interpretazioni

Freddi sono questi momenti, così come fredde sono non solo le interpretazioni prese singolarmente (che sono tutte ottime, ribadisco), ma anche le sinergie fra le interpretazioni. Assenza di pathos madre-figlio nelle scene con Paul e Lady Jessica (sembrano due amici che devono salvarsi, anche se in certi momenti Paul rimprovera la madre nel suo ruolo di Bene Gesserit e li un minimo di contatto fra i due si crea). Assenza di uno sguardo di cattiveria pura fra il Barone e il nipote. Assenza di una reale empatia ben scritta su sceneggiatura fra Paul e Duncan Idaho (Jason Momoa), il suo mentore e amico che si sacrificherà per lui e che Paul sembrerà scordarsi nei due minuti successivi (qualche abbraccio da amiconi, un “portami con te su Dune” a inizio film e fine li) – stessa empatia che riserva al padre dopo aver appreso della sua morte.

E in tutto questo mi dico… ma si può? Si può avere del materiale del genere ed essere così freddi da un punto di vista di scrittura (non solo della sceneggiatura, ma anche di “scrittura” della macchina da presa)? NO. Non si può. E non si può neanche giustificare Villeneuve dicendo che questo è il capitolo introduttivo e c’è bisogno di partire con uno sguardo un po’ più distaccato e oggettivo perchè bisogna introdurre un mondo – pure vero, siamo nell’universo DUNE che è pieno di cose da capire e conoscere, forse ancora prima di empatizzare o scoprire i personaggi… ma se non stai facendo neanche quello? Avete presente come viene raccontata la spezia da Herbert o da Lynch (tanto criticato per quelli definiti “spiegoni” del suo film e credetemi, gli spiegoni nel cinema sono ben altri – quella di Lynch era una voce narrante  e questa scelta è uno stilema artistico – che comunque Villeneuve mantiene ma non sa sfruttare altrettanto bene). Avete presente come vengono narrati i Fremen, il pianeta e l’ambiente? Si perchè DUNE è un romanzo ma parla di un ecosistema presente anche sul pianeta Terra eppure il topos ambientale e scientifico tanto caro a Herbert e soggetto principe della sua opera qui muore quasi del tutto. Stessa sorte riservata alle tematiche politiche.

Ripeto solo che è giusto aspettare che un’opera anche cinematografica sia completa in tutte le sue parti per farsene opinione, che le opinioni e i gusti possono cambiare (e giustamente) a film completati e presi nella loro interezza e integrità… ma che questo primo capitolo, pur ben fatto e realizzato ad arte, pur fedele e ben trasposto da un regista che comunque ha una sua estetica manca di tutta la (non voglio dire sceneggiatura) ma empatia che DUNE ha e avrebbe meritato, quella si!, di essere trasposta come il Cinema può.

DUNE – La Recensione – Musica di Hanz Zimmer

Due ultime righe le dedico a parte alla musica. Qualcuno scrive in questi giorni di una colonna sonora sontuosa, curata da un Hans Zimmer in stato di grazia. Caro Hanz (come se mi leggessi, ovviamente no, ma parlo direttamente con te comunque), sei bravissimo. Ma DUNE non è Batman. Ormai ami fare più il rumorista del compositore e lo fai benissimo. Ma DUNE pretendeva non solo un tema di ottoni su un bell’ostinato di archi magari accompagnato da cori come con grande bravura TU riesci a fare e hai fatto spesso. Ma pretendeva anche per le sue caratteristiche intrinseche, di una score che avesse più temi e un recupero della funzione del leitmotiv wagneriano per il quale un tema lo ha ogni personaggio importante (o oggetto, vedi il tema della spada nella tetralogia L’anello del Nibelungo – che benissimo poteva essere “replicato” anche in Dune, vista la presenza di un pugnale con un dente di Shai-Hulud, il verme delle sabbie di Arrakis – solo per fare un esempio). Forse solo le sorelle Bene Gesserit hanno un accenno di tema fatto di cori femminili che poteva comunque essere sviluppato e riorchestrato per caratterizzare anche la loro presenza, visto che Villeneuve lo fa in maniera tanto approssimativa quanto poco iconica. (Ma ve la ricordate la colonna sonora dei TOTO nel Dune di Lynch? Ecco. Non dico altro. Arte vs lavoro artigianale perfetto ma senza amore, ribadisco anche qui.)

Non tutto si risolve con dei bellissimi effetti sonori da rombo di tuono. Poi, sono scelte. E sono anche gusti. Li rispettiamo.

P.s.: plauso al design degli ornitotteri 

P.p.s.: plauso a chi ha deciso la postura del corpo morente del duca Leto (chissà se Villeneuve stesso o qualcun altro…) Siamo certi che chi ha deciso sia un buon conoscitore del Cristo morto del Mantegna… (purtroppo al momento ci è impossibile trovare un fotogramma per fare un paragone immediato, ma vi lasciamo immaginare l’ecce homo duca Leto).

Un’ulteriore (sempre personalissima) considerazione.

Quando esco dal cinema, che è una grande forma d’arte ovviamente, mi faccio sempre due domande. La prima è: Lo rivedrei anche subito? Se ne ho voglia è perchè un film mi è entrato dentro e lo sto già amando oppure è complesso e necessita una seconda visione (effetto Nolan) oppure semplicemente la merita e il DUNE di Villeneuve probabilmente merita anche una seconda visione.

Ma me ne faccio anche un’altra ancora più importante. Il film che è visto è un’opera d’arte? Perchè l’arte emoziona e io l’emozione come ho scritto all’inizio, dal Cinema la pretendo perchè può darmela.

Avrei voluto rispondermi con un netto SI che al momento non riesco a dirmi.

Mentre nonostante tutti i rimaneggiamenti e gli stupri subiti dall’opera di Lynch (della quale ho ben impresso nella mente quasi ogni fotogramma), di quel film riesco a dire: SI. Quel film era un’opera d’arte.

 

Stefano Chianucci 

Stefano Chianucci
Stefano "TheMoviemaker" Chianucci - Nato a Firenze, dopo la laurea in Storia della Musica per Film con una tesi sulla musica di Star Wars, ha vissuto a Roma dove ha lavorato in alcune fiction italiane brutte brutte. Ora di nuovo a Firenze, si occupa di formazione. Sembra serioso come Darth Vader ma se lo conosci meglio è l’anima della festa come Voldemort!