Child Wood – Recensione – Librogame di Fabio Antinucci e Giampaolo Razzino (Little Rocket Games)

Cosa c’è di meglio di un librogame? Due librogame, ma certo! E cosa c’è di meglio di due librigame? Tre librigame, ovvio! Ok, ora forse stiamo esagerando: non sia mai che facciate indigestione di bivi. Facciamo 2 e mezzo, così non ci roviniamo la prova costume? Bene, e allora eccovi servito Child Wood!

Ho già avuto modo in passato di imbattermi ed analizzare per voi alcune saghe (“Fra tenebra e abisso” e “Darkwing”), sperimentando metodi di recensione ben diversi: nel primo caso, ho analizzato solo il primo capitolo così da lasciarvi la sorpresa di esplorare il resto; nel secondo caso ho analizzato entrambi i titoli della saga, così da poterne giudicare meglio pregi e difetti.

Oggi però mi trovo di fronte a una saga (o per meglio dire, una trilogia) piuttosto particolare… che per diversi motivi avrei difficoltà a recensire sia con l’uno che con l’altro metodo. Per dare dunque abbastanza giustizia al prodotto, ho deciso di fare un’unica recensione in cui analizzerò tutti e tre i libri.

Ovviamente, aspettatevi una recensione fatta nell’unico modo di cui sono capace:

Le fiamme peraltro non potrebbero essere più azzeccate, considerando che in quest’opera avremo a che fare con una serie di vicissitudini infernali: streghe, sparizioni di bambini, riti satanici, universi temporali… e sette!

Esatto, proprio lui. Il terribile numero che oltre ad essere la misura massima di ogni cosa rappresenta quei raggruppamenti di individui dediti a sacrifici e invocazioni al limite del paranormale.

Per sopravvivere a questi terribili eventi, immagino vi aspettate un protagonista cazzuto in stile Walker Texas Ranger… ma forse si rivelerà più simile al Ranger Smith dell’orso Yoghi, considerando quante gliene capiteranno. Ma noi comunque ci impegneremo al massimo, per il bene della nostra amata cittadina.

REGOLAMENTO:

Un dado. Due dadi. Tre dadi. Un dado. Due? Uno? Nove? Radice quadrata di ventordici?

Non ci state capendo nulla, vero?

Neanche io.

Il fatto è che mettendo a confronto il regolamento dei tre libri, noteremo come negli ultimi due la questione sul lancio dei dadi sia abbastanza chiara… ma sul primo c’è ben più di una perplessità.
Il concetto base dovrebbe essere abbastanza semplice: si tratta di una storia basata sulla raccolta di oggetti e indizi, condita di tanto in tanto da alcune prove da superare. Per scoprirne l’esito, occorrerà appunto lanciare uno o più dadi. E fin qui, nulla di strano. Solo che leggendo il primo volume della saga mi son trovato ben presto ad affrontare una prima prova dove dovevo lanciare un dado. Poco dopo, ne ho affrontata un’altra dovendone lanciare due. Più tardi ancora ne ho lanciati tre. Proprio quando credevo di aver compreso il meccanismo e mi aspettavo che nel test successivo io dovessi lanciare quattro dadi, succede la svolta:
“Tira i dadi secondo le normali regole di combattimento”.

Per fortuna, nei due volumi successivi questa incongruenza è stata aggiustata, limitando il lancio dei dadi a uno o massimo due… Anche se, diciamocelo, poteva bastarne anche uno solo. In fondo, cambiando di volta in volta la difficoltà, non è necessario aumentare anche il numero dei dadi da lanciare. Sembra una sottigliezza, ma scoprirete che in più di un’occasione fa molta differenza. Soprattutto quando scoprirete che un tiro di dado sfortunato può privarvi di indizi fondamentali per l’esito delle indagini… o addirittura portarvi dritti alla morte!

LA MIA AVVENTURA:

Il mio nome è Ron Stephenson e sono un ranger dei boschi alle prese con un misterioso caso. Quattro bambini sono infatti recentemente scomparsi dentro Child Wood, un bosco retro e minaccioso che nasconde mille insidie.

Le ricerche sono andate avanti per molto tempo, ma nessuno è riuscito ad avere notizie. Alcuni miei colleghi hanno persino provato a guardare nel cassetto dei calzini, come suggerito dalle loro madri… ma niente. In compenso hanno ritrovato dobloni d’oro, il sacro Graal e persino la stele di Rosetta.

Entro dunque in gioco io. Dopotutto sono il protagonista: se non risolvo io la situazione, chi altri?

Sfruttando gli indizi di una misteriosa lettera firmata da una certa Theresa, in effetti mi imbatto ben presto in una bambina, che però non combacia di aspetto con nessuno dei quattro pargoli dispersi. Cerco di parlarle, di capire chi è… ma lei non parla: si limita a fissarmi con uno sguardo vitreo negli occhi, come fosse in uno stato di trance.

Decido di portarla con me issandomela in spalla come un sacco di patate, per poi condurla nella mia umile magione, dove mi aspetta un’umile e per nulla infuriata mogliettina.

Giustamente, mi presento da lei con una bimba sconosciuta in spalla: avrà pensato che fosse il frutto di una mia scappatella giovanile. Quando le racconto la situazione, per fortuna si tranquillizza a tal punto da posare il mattarello chiodato e prenderne uno in semplice legno rinforzato.

Lascio la bambina insieme a mia figlia, dopodiché inizio una serie di ricerche per saperne di più su Child Wood. Provo prima su internet, digitando “bosco”, “bambini” e “rapimento”… ma escono solo dei porno ucraini. Decido di recarmi allora in biblioteca, dove le ricerche sono più fruttuose. Scopro informazioni talmente interessanti che mi reco in fretta e furia nel bosco… e in altrettanta fretta e furia scappo da un gruppo di satanisti anonimi con indosso maschere di animali scuoiati. Li ho disturbati mentre prendevano innocentemente il té, poverini.

Scosso e agitato, trovo conforto nella mia tenera e dolce figlioletta.

Neanche il tempo di fare qualcosa che… TAAC, mia figlia è scomparsa insieme all’inquietante bambina!

E qui è dove si concludono i fatti.

Dopo questo incredibile riassuntazzo dei primi due volumi, lascio a voi il compito di risolvere il mistero nel terzo e ultimo libro della saga!

CONSIDERAZIONI FINALI:

Child Wood è una saga che mi ha trasmesso sentimenti contrastanti. Sebbene le premesse non siano state affatto delle migliori, la storia ha subìto un’evoluzione incredibile che l’ha resa sempre più avvincente, al punto che non riuscivo a smettere di leggere. Peccato che per raggiungere questo alto livello di appagamento io abbia dovuto attendere il terzo volume, dal momento che i primi due non reggono per nulla il confronto.

Anzi, a dirla tutta, dopo aver letto il primo volume ero quasi certo che non avessi tra le mani un librogame, ma una tortura medievale. Scommetto che se fosse stato pubblicato secoli addietro, sarebbe stato utilizzato per far confessare diverse donne di stregoneria (già che siamo in tema!). Molteplici sono infatti le pecche che ho riscontrato:

  • Stile di scrittura non adeguato, spesso ridondante che rende la lettura molto faticosa (ad esempio, mi hanno insegnato che l’uso degli avverbi va ridotto all’osso… ma qui addirittura c’è una frase che inizia con “Improvvisamente, stranamente”)
  • Regolamento improvvisato, malgrado l’apparente semplicità (come già spiegato nell’apposita sezione)
  • Molti percorsi superflui, dove le scelte a disposizione sono tante, ma molte delle quali non portano a nulla
  • Sistema aleatorio estremamente punitivo (mi sono ritrovato morto così spesso e in maniera così improvvisa che dopo aver finito di leggere ho voluto stipulare una polizza sulla vita. Non si sa mai!)
  • Molte informazioni date per scontato, ad esempio quando si parla di un oggetto raccolto nonostante io potrei non aver esplorato in precedenza il percorso che mi permetteva di trovarlo
  • Sforzo della memoria eccessivo.

Tuttavia, l’evoluzione che ha avuto l’autore è al pari delle migliori puntate di Dragon Ball! Già nel secondo volume infatti c’è una differenza notevole, sia nell’impostazione narrativa che tecnica… malgrado alcuni punti siano ancora da perfezionare: vengono alternate scene mozzafiato sapientemente descritte ad altre in cui stavo per addormentarmi.
Nel terzo volume invece, chapeau immenso! Non solo ho potuto ammirare una completa cura nei dettagli, dove nessuna scelta è data per scontata, ma viene introdotta la possibilità di scoprire il finale della storia cambiando i panni del protagonista… che personalmente ritengo una decisione strabiliante.
Insomma, se vogliamo descrivere Child Wood con un disegno, sarebbe questo:

Normalmente, il primo volume di una saga dovrebbe essere il più importante, poiché serve a convincere il lettore ad avere fiducia a comprare i volumi successivi. Anche se poi l’autore sfornasse capolavori, un lettore deluso dopo aver letto il primo volume difficilmente si azzarderebbe ad acquistarli.

Se non fosse che la storia raccontata da Child Wood vale realmente la pena di essere esplorata dall’inizio alla fine, io stesso sarei stato propenso a non consigliare il primo volume… ma in fin dei conti, è anche dai difetti che si impara, dico bene? Anzi, ammirare una crescita così drastica mi fa ben sperare che i prossimi progetti possono essere di altissimo livello… e se la saga di Child Wood può dirsi conclusa, spero con tutto il cuore di leggere presto nuove avventure di diverso genere!

Roberto Bucciarelli alias Powerbob nasce nel 1993 a Tivoli, vicino Roma. Ragazzo creativo e fuori dalle righe, nella sua vita sono importanti tre cose: sua moglie Silvia, il Luton Town (squadra di calcio inglese) e i librigame, di cui è appassionato fin da piccolo... e di cui aspira a esserne autore. Il suo motto è: "la vita è una storia a bivi!"