La donna alla finestra – Recensione – Joe Wright – Netflix

La donna alla finestra è un film del 2021 diretto da Joe Wright (Anna Karenina, Pan – Viaggio sull’isola che non c’è, L’ora più buia) e distribuito da Netflix.
Oltre al nome del regista, a suscitare l’interesse del pubblico è anche il cast, composto da nomi come Amy Adams, Gary Oldman, Julianne Moore, Anthony Mackie, Wyatt Russell e Jennifer Jason Leigh.
Non è un bel film, ma non riesco a reputarlo nemmeno del tutto brutto. Il problema è che mi ha dato l’idea di essere un prodotto finito che non è venuto bene come il regista lo aveva immaginato.

Una travagliata fase di montaggio

I diritti per questo film sono stati acquistati dalla Fox 2000 Pictures nel 2018 e nello stesso anno sono state effettuate le riprese. Queste procedono correttamente ed una volta terminate arrivano in fase di montaggio. Anche questo passaggio non presenta difficoltà.

I problemi iniziano ad arrivare alla prima proiezione di prova, quelle che gli studios fanno mostrando il prodotto finito ad un campione di pubblico per sapere il loro responso.
Gli spettatori che hanno partecipato al primo test screening di La donna alla finestra hanno lamentato il fatto di non aver capito nulla.
Di conseguenza il film è stato ritoccato. Alcuni punti sono stati riscritti, rigirati e rimontati, ma il risultato, ad un nuovo test screening, non è cambiato.

In questo punto della storia subentra la Disney, che acquista la Twentieth Century Fox. I proprietari cambiano e di conseguenza anche, in parte, le politiche aziendali.
Disney si ritrova in mano una pellicola che non solo il pubblico parrebbe non capire, ma che è anche lontana dai loro standard di produzione.
È così che, dopo un periodo di tempo passato a pensare cosa fare di questo prodotto, decidono di venderlo a Netflix.

Non si sa se sia stato ulteriormente riscritto, rigirato e rimontato, però sappiamo che dopo tre anni di problemi produttivi, la pellicola è finalmente riuscita a raggiungere il pubblico.

L’idea di base

La prima cosa che fa storcere il naso è che non risulta particolarmente originale. In particolare, direi che la prima pellicola a cui lo spettatore pensa quando scopre questo film è La finestra sul cortile, diretto da Alfred Hitchcock ed uscito nel 1954.
Non è una copia spudorata, per fortuna, ci sono delle differenze, ma l’impostazione di base è la stessa. Inoltre, si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di A.J. Finn sempre del 2018.

Questo, in realtà, non è detto che sia a prescindere un problema. Ci sono tantissimi altri casi di prodotti audiovisivi che sono molto ispirati, o anche palesemente copiati, che comunque riescono a funzionare. Spesso perché prendono l’ispirazione e poi ci aggiungono qualcosa di nuovo, di inedito, per non dare allo spettatore la sensazione di guardare qualcosa di totalmente già visto.

In questo caso, dal punto di vista narrativo, ci sono rivelazioni che risultano contestualizzate abbastanza bene, devo ammettere che le ho trovate inaspettate, ma purtroppo l’entusiasmo cala quando ci si rende conto che si tratta di soluzioni non particolarmente originali.

Il ritmo di questa pellicola è un paradosso

Un altro problema non indifferente è il ritmo. Qua poi siamo di fronte ad un paradosso, perché presenta un montaggio piuttosto frenetico ed in certi punti molto enfatico, ma ciò, per assurdo, crea l’indesiderato effetto di risultare parecchio lento e notevolmente noioso.
Questo perché, procedendo con una tale velocità, presenta sì i personaggi, ma non dà loro il tempo di essere approfonditi correttamente, facendoli risultare appena abbozzati.

Un cast stellare mal utilizzato

Anche gli attori, purtroppo, non sono riusciti a rendere bene coloro che hanno interpretato.
Questo non perché non siano stati bravi (a parte uno e mezza, ma ci torno tra poco), ma perché la sceneggiatura non permette loro di spiccare.

L’unico che forse ce la fa è Gary Oldman, nei panni di Alistair Russell. Lui, più che scritto male, è davvero usato pochissimo. Non sono tante le volte in cui compare, ma quando lo fa, nonostante i mezzi di partenza, l’ho trovato credibile. Se avesse avuto più minutaggio, avrebbe potuto avere un buon potenziale.

Prima ho anticipato il fatto che uno e mezza attori non sono stati particolarmente bravi.
Mi riferivo alle performance attoriali di Fred Hechinger e Julianne Moore. Il primo penso che abbia recitato abbastanza male (in particolare alla fine), la seconda che abbia fornito un’interpretazione decisamente meglio riuscita, ma allo stesso tempo un po’ troppo sopra le righe. Mi è sembrata un po’ troppo in overacting.

Ce l’ha messa tutta anche Amy Adams, nel ruolo della psicologa per bambini Anne Fox. La sua prova risulta credibile, ma anche qua il problema è la scrittura del suo personaggio.
Viene presentata come una donna affetta da agorafobia (la paura dei luoghi non familiari o all’aperto e piuttosto grandi o molto affollati), ma non si va mai davvero a fondo in questa malattia.
Sembra che sia stata usata solo perché altrimenti la trama non avrebbe funzionato.

Una regia che risulta ispirata

Una delle cose che mi fanno dire che secondo me questo film ci ha effettivamente provato è la regia.
Ci sono movimenti di macchina che risultano ricercati ed uno in particolare molto interessante (quando il personaggio di Amy Adams è seduta sulla sedia a dondolo e la regia la segue nel dondolare, alternando inquadrature di lei con altre che mostrano cosa vede attraverso la serratura).

Un montaggio fin troppo enfatico

Quando prima mi sono riferito ad un montaggio frenetico ed enfatico, è perché l’ho trovato davvero molto veloce. Il che in realtà non è un problema di per sé, ma lo diventa se stai realizzando un thriller.
Che poi, a dire il vero, il montaggio in questo tipo di film è abbastanza ritmato, qua però lo è troppo. Vengono utilizzate davvero tante inquadrature, molto più del necessario. La pellicola dura un’ora e mezza (senza titoli di coda) e per inserirle tutte le hanno rese parecchio veloci.

Due sono le soluzioni che, a mio modesto parere, avrebbero potuto funzionare meglio: usare meno inquadrature e farle durare di più, oppure usarle comunque tutte ma anche qua farle durare di più.
Nel secondo caso, al posto che un’ora e mezza, si sarebbe arrivati tranquillamente a due o più e il ritmo avrebbe potuto essere più consono a quello di un thriller.

Crisi di identità

C’è da dire che se a livello visivo in molti punti risulta interessante, in altri la qualità si abbassa in maniera quasi imbarazzante.
Ci sono alcune scene in cui il film si chiede: “Ma io sono un thriller o un horror?” Non si sa perchè inizia a pensare di essere in realtà un horror ed assume momentaneamente la messa in scena di quest’ultimo genere.
Inoltre, non contento, si chiede anche: “Ma sono un horror fatto bene o uno estremamente becero e tendente al trash?” Anche qua non si capisce esattamente perché ma si mette in testa di essere uno appartenente alla seconda categoria. Uno di quelli che se non usano i jumpscares non riescono a “fare paura”.
Ed infatti cosa vediamo? Sparsi nel corso della durata? Proprio dei jumpscares. Cioè, ma davvero?
Seriamente i jumpscares in un film thriller? Sono pochissimi, a dire il vero, ma ci sono.

Nei momenti in cui la pellicola ha queste crisi di identità, la messa in scena diventa davvero come quella di un film horror estremamente becero e tendente al trash, enfatizzato da un montaggio che non aiuta proprio per niente. Stai vedendo La donna alla finestra, ma ad un certo punto ti viene il dubbio che in realtà tu non stia guardando La Llorona – Le lacrime del male.

L’apice di questo stile di messa in scena lo si raggiunge nel “combattimento” finale, accompagnato da una colonna sonora palesemente da film horror, che rende il tutto ancora più sbagliato. E dire che non l’ha composta Ginopippo Facciomusica, ma Danny Elfman, non esattamente l’ultimo arrivato.

Finale dimenticabile e prevedibile, che a mio parere doveva essere più corto di una scena, togliendo la possibilità al prodotto finito di concludersi in maniera decente. Questa sequenza è inserita in modo troppo forzato da risultare credibile.

Riassumendo

In sostanza, La donna alla finestra è un film totalmente sbagliato, venuto fuori male, che sono certo sia distante dall’idea originale che Joe Wright aveva in mente.
Ci prova a fare le cose fatte come si deve, ma, a parte ogni tanto, non ci riesce mai.
Non vorrei che sia stato rovinato dalle proiezioni di prova. Tipo che magari, in realtà, il film non lo si capiva subito dopo la prima visione, ma che ce ne volessero due o tre, ed il pubblico, deluso, abbia espresso il suo dissenso portandolo ad essere rimontato in maniera da renderlo immediatamente più comprensibile, con la conseguenza di averlo però totalmente snaturato.

È un’opera che, sinceramente, non consiglierei quasi a nessuno di guardare, non tanto perchè non sia bella, ma per via della noia che mi ha trasmesso. Dico “quasi” perché le uniche persone che si arricchirebbero con questa visione sono gli aspiranti filmmaker, così possono capire quali errori sono stati fatti per cercare di non ripeterli a loro volta. Sceneggiatori in particolare.

Edoardo Scarlatti
Nato a Bologna nel 1996, si appassiona al cinema da bambino, quando capisce gli piacerebbe lavorare in quel campo. Più nello specifico come regista e sceneggiatore. Nel 2020 apre su Instagram un profilo che chiama "Recensisco Cose Audiovisive", con cui inizia a parlare di cinema e serie televisive con altre persone che condividono la sua passione.