Pieces of a Woman (2020) – Recensione – Kornél Mundruczó

Maternità ed elaborazione del lutto sono al centro dell’ultimo film di Kornél Mundruczó (disponibile su Netflix)… ecco la nostra recensione!

Pieces of a Woman – Recensione – Maternità e lutto

Pieces of a Woman è un film del 2020 sceneggiato da Kata Wéber e diretto dal regista ungherese Kornél Mundruczó, al suo primo film in lingua inglese. La pellicola affronta un tema poco approfondito al cinema, esplorando l’esperienza della maternità nei suoi risvolti più dolorosi.

In qualsiasi modo ed in qualsiasi fase della vita avvenga, la perdita di un figlio è quanto di più straziante possa capitare ad una madre e ad un padre.

Martha (Vanessa Kirby) e Sean (Shia LaBeouf) sono i protagonisti di un dolore atroce che li coglie alla sprovvista, nell’esatto momento in cui i due assaporano una felicità senza eguali: dopo un travaglio complesso, avvenuto in casa, la piccola Yvonne viene alla luce, apparentemente in salute. Dopo pochi secondi, però, ascoltiamo il respiro della bambina farsi sempre più faticoso, sino a spegnersi.

È alla fine della fugace esistenza di Yvonne che ha inizio Pieces of a Woman, una pellicola che, con straordinaria intensità e delicatezza, porta in scena il sentire di una madre improvvisamente privata di ciò che l’aveva resa tale.

Pieces of a Woman – Recensione – La scena del travaglio

La Kirby – vincitrice della Coppa Volpi e candidata agli Oscar come migliore attrice – offre un’interpretazione di altissimo livello, tanto nella scena del travaglio quanto nella successiva immedesimazione in un dolore così incredibilmente sfaccettato. È proprio la sua prova attoriale a favorire il coinvolgimento emotivo dello spettatore, ulteriormente intensificato dalle inquadrature ravvicinate che caratterizzano il lungo piano sequenza del travaglio. Nei quasi venti minuti che precedono la nascita, il regista opera in modo tale che il pubblico si senta pienamente partecipe dell’evento e che, tra quest’ultimo e la bambina, si instauri un “legame affettivo” immediato, viscerale.

Questo non fa che alimentare l’istantaneo senso di perdita che sopraggiunge quando la piccola smette di respirare. Yvonne viene strappata dalle braccia di sua madre e da quelle dello spettatore, che condivide, seppur in modo “infinitesimale”, il supplizio di Martha.

Pieces of a Woman – Recensione – Le conseguenze di un dolore insopportabile

Il tragico evento mina le fondamenta, in apparenza stabili, dell’intero mondo della coppia, enfatizzandone i vizi e le incomprensioni. Martha e Sean affrontano il lutto in modo talmente individuale da condurli su strade diverse.

Ancora una volta, la Kirby è magistrale nella rappresentazione di una sofferenza che pietrifica e che istintivamente induce la protagonista a costruirsi una maschera di gelo e indifferenza. Al dolore che immobilizza fa da contraltare l’esternazione dello stesso attraverso una sceneggiatura misurata, mai eccessiva, a cui la Kirby è in grado di dar voce in modo del tutto spontaneo, senza esagerazioni.

Pieces of a Woman – Recensione – L’elaborazione del lutto e il messaggio finale

Nella parte finale del film – quella del processo in cui è imputata l’ostetrica che aveva seguito Martha durante il parto – la protagonista compie il passo più importante nel difficile percorso di elaborazione del lutto. Nessuna condanna e nessun risarcimento potranno riportare in vita sua figlia. Di conseguenza, il dolore della perdita non può e non deve essere cancellato, bensì pazientemente levigato, sino al punto da farne punto di partenza per un nuovo inizio, germoglio di una nuova vita.

È il raggiungimento di questo livello di consapevolezza da parte di Martha che consente alla pellicola di chiudersi, senza forzature, con un’immagine positiva: la sequenza finale, infatti, servendosi ancora una volta della forza simbolica della natura – che permea l’intero film – comunica un messaggio di speranza in grado di toccare le corde più intime dello spettatore e di infondere in quest’ultimo un istantaneo senso di fiducia verso il futuro.

Simona Corrado
Classe 1996, nata a La Maddalena ma cresciuta a Bari, è laureata in Traduzione specialistica. È una grande appassionata di film, serie tv e libri, su cui ama discutere e confrontarsi. Si è da poco addentrata nel magico mondo dei giochi da tavolo e, in particolare, dei giochi di ruolo. Crede fermamente nell’idea che “la bellezza salverà il mondo”, motivo per cui attribuisce all’arte e all’intrattenimento un valore assoluto.