Ma Rainey’s Black Bottom – Recensione – George C. Wolfe

Su Netflix l’ultimo film con Chadwick Boseman (serio candidato all’Oscar) offre uno spaccato sulle condizioni materiali, sociali e spirituali degli uomini e delle donne nere a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30

Ma Rainey’s Black Bottom – Recensione – Un’impostazione teatrale

Ma Rainey’s Black Bottom è un film del 2020 diretto da George C. Wolfe, adattamento della pièce del 1984 di August Wilson.

L’impostazione teatrale dell’opera originale risulta ben preservata all’interno del lungometraggio, le cui vicende si svolgono quasi interamente in un pomeriggio del 1927 a Chicago, presso uno studio di registrazione.

Qui, la celebre cantante Ma Rainey, anche nota come “la madre del blues” (interpretata da un’ottima Viola Davies) è impegnata ad incidere un nuovo album di inediti, accompagnata dal giovane trombettista Levee (Chadwick Boseman), dal pianista Toledo (Glynn Turman), dal bassista Slow Drag (Michael Potts) e dal trombonista Cutler (Colman Domingo). 

Ma Rainey’s Black Bottom – Recensione – Non solo musica

Sebbene il fulcro della pellicola sia costituito dalla musica blues e, soprattutto, da chi concretamente la realizza (produttori, cantante, musicisti), sarebbe un errore superficiale intendere lo studio di registrazione come mera ambientazione degli eventi a cui assistiamo.

L’incisione dei brani sembra infatti passare totalmente in secondo piano, se rapportata alle dinamiche relazionali e ai background dei singoli personaggi. Questi, in modo più o meno esplicito, rivelano parte del proprio passato, dei propri pensieri e del proprio modo di approcciarsi alla vita, offrendo uno spaccato tutt’altro che scontato delle condizioni sociali e spirituali – prima ancora che materialidegli uomini e delle donne nere a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Cinema Senza Volto (@cinemasenzavolto_)

Personalità antitetiche: Ma Rainey

Lo studio musicale assume pertanto le sembianze di uno spazio attivo che alimenta ed esaspera le riflessioni e i turbamenti dei personaggi, così come i loro rapporti.

Ciò emerge chiaramente dall’atteggiamento assunto dai due protagonisti della pellicola Ma Rainey e Levee, personalità pressoché antitetiche in grado di suscitare nello spettatore reazioni altrettanto contrastanti.

Da un lato, Ma Rainey assume tutti gli atteggiamenti tipici di una vera diva della musica: è superba, arrogante, presuntuosa; lo studio di registrazione sembra esser stato costruito intorno a lei e persino il produttore non fa che assecondare ogni sua volontà. Tuttavia, questo comportamento sprezzante non è altro che una maschera che Ma indossa con fatica poiché sembra non coincidere perfettamente con la sua vera indole – di cui lo spettatore riceve qualche assaggio notando, ad esempio, le espressioni che le compaiono in viso subito dopo aver dato sfogo alla sua superbia nei confronti del suo manager e del suo produttore o, ancora, il modo in cui la cantante sprona suo nipote affinché superi la sua balbuzie.

Il suo fare altezzoso è lo strumento di cui Ma si serve per fronteggiare e ridimensionare l’innegabile supremazia (sociale, culturale, economica) dei bianchi che usano la sua voce per trarne profitto.

I “capricci” a cui assistiamo non sono quindi altro che un modo, per Ma, di tenere in pugno i produttori e di sottolineare quanto il suo talento sia essenziale all’economia dei bianchi. 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Cinema Senza Volto (@cinemasenzavolto_)

Personalità antitetiche: Levee

Dall’altro lato, Levee, interpretato da un energico e sopra le righe Chadwick Boseman, si presenta come un giovane impetuoso pronto a conquistare il mondo.

La carica vitale del trombettista, che si ritiene pronto a sfondare nel mondo della musica con le sue canzoni e la sua band personale, rappresenta tuttavia soltanto la dimensione più superficiale del giovane, nella cui mente resiste vivida l’immagine di un passato di dolore e di violenza perpetrata dai bianchi.

Ciò è quindi inevitabilmente all’origine del suo senso di continua frustrazione e del suo atteggiamento di rifiuto nei confronti della fede e odio nei confronti degli appartenenti alla razza bianca – tutti elementi che sfociano nel finale insieme crudele e beffardo del film.  

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Cinema Senza Volto (@cinemasenzavolto_)

Ma Rainey’s Black Bottom – Recensione – Il finale

Il ritratto definitivo della condizione delle donne e degli uomini neri nell’America degli anni Venti è infatti portato a termine nelle scene di chiusura della pellicola, che evidenziano la necessità, per la comunità dei neri, di unire le proprie forze, anziché impegnarsi in lotte interne, per reagire alla supremazia bianca, a quei tempi ancora ben lungi dall’essere intaccata.

Simona Corrado
Classe 1996, nata a La Maddalena ma cresciuta a Bari, è laureata in Traduzione specialistica. È una grande appassionata di film, serie tv e libri, su cui ama discutere e confrontarsi. Si è da poco addentrata nel magico mondo dei giochi da tavolo e, in particolare, dei giochi di ruolo. Crede fermamente nell’idea che “la bellezza salverà il mondo”, motivo per cui attribuisce all’arte e all’intrattenimento un valore assoluto.