His House (2020) – Recensione – Remi Weekes

L’orrore che due profughi devono sopportare per cercare di avere un futuro avrà delle conseguenze sulle loro nuove vite. Un horror interessante in casa Netflix, diretto da Remi Weekes, in 60 secondi, His House!

 

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L’orrore è reale

In His House una coppia africana sfida la guerra e il mare alla ricerca di un futuro migliore in Gran Bretagna, ma il bagaglio di sofferenza, traumi e lutti che si porteranno non lascerà scampo e a pagarne le conseguenze sarà il loro futuro.

Da queste premesse si articola un buon horror che fa del trauma psicologico il suo cardine su cui la trama andrà poi a ruotare, lasciando fino alla fine il dubbio se il paranormale c’entri o no qualcosa con tutto ciò che avviene a schermo.

I personaggi principali (Sope Dirisu e Wunmi Mosaku) godono di buone interpretazioni e di uno sviluppo che, se all’inizio mostra qualche criticità, col passare del tempo si scoprirà avere un interessante stravolgimento. Il ritmo blando non appesantisce e forse gli unici veri difetti del lungometraggio risultano essere la mancanza di novità e la paura che porta a non osare mai. Nonostante questo i vari sotto testi dello script sono ben evidenti e si fanno da portavoce di un argomento di rado trattato dal cinema del genere horror. Il punto forte è proprio il soggetto quindi che tenta di parlare di un tema che per molti resta ancora una fantasia. Ci riesce commuovendo e toccando le giuste corde emotive.

Regia di mestiere per Remi Weekes e fotografia che osa con qualche effetto digitale per le parti oniriche, non eccelse, ma digeribili.

Un buon horror che se avesse voluto avrebbe potuto colpire e sorprendere di più, ciò nonostante intrattiene e racconta una storia che merita attenzione.

Stefano Ciociola
Artista di Schrödinger. Fotografo e Videomaker freelance, ossia disoccupato perenne tra un progetto e l'altro. Tra cinema, videogiochi e cartoni animati, cerca la gnosi spirituale per poter sopportare chi segue il mainstream più del proprio cuore. Fincher, Lynch, Noè e Lanthimos i suoi punti di riferimento, che lo guidano in un turbinio di cinico romanticismo. In 60 secondi consiglia film, riuscendo a infilare qualche tecnicismo e qualche insulto. La sua filosofia si traduce in "Non sono misantropo, è che mi disegnano così."