Anomalisa (2015) – Recensione – Charlie Kaufman e Duke Johnson

Quando la depressione viene trasposta in stop-motion e viene descritta da Charlie Kaufman, non ci si può che aspettare un film potente. In 60 secondi vi spiego perché Anomalisa lo è!

 

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La depressione ha un solo volto

Parlare in poche righe di Anomalisa è ingiusto, me ne rendo conto perfettamente. Nonostante questo, il mio format prevede di essere conciso e rapido nel consigliarvi i film e voglio iniziare dicendo che siamo davvero vicini alla parola capolavoro, che mi guardo bene dall’utilizzare di norma. Perché allora mi sto sbilanciando?

Descrivere una forma di depressione così specifica sarebbe complicato per chiunque, meno per Charlie Kaufman che decide di utilizzare la tecnica di animazione in passo uno: un azzardo sia in termini narrativi che produttivi. Se siamo qui a parlarne ora significa che l’esperimento può dirsi riuscito.

Un realismo nella messa in scena che sfida gli attori in carne ossa, una cura al dettaglio maniacale per quanto concerne movimenti e scenografia (oltre alla regia) ed un montaggio sonoro favoloso che vi permetteranno un’immersione notevole in questa storia di cui non voglio svelare nemmeno la sinossi.

Vogli concludere questa misteriosa recensione breve con l’augurio di provare emozioni forti guardando questo lungometraggio animato, come è capitato al vostro affezionatissimo. Vi auguro di riuscire a vedere la profondità dietro quest’opera e di saperne apprezzare anche l’immenso sforzo produttivo che si cela nel suo dietro le quinte. Un film d’animazione diverso, un’anomalia.

Stefano Ciociola
Artista di Schrödinger. Fotografo e Videomaker freelance, ossia disoccupato perenne tra un progetto e l'altro. Tra cinema, videogiochi e cartoni animati, cerca la gnosi spirituale per poter sopportare chi segue il mainstream più del proprio cuore. Fincher, Lynch, Noè e Lanthimos i suoi punti di riferimento, che lo guidano in un turbinio di cinico romanticismo. In 60 secondi consiglia film, riuscendo a infilare qualche tecnicismo e qualche insulto. La sua filosofia si traduce in "Non sono misantropo, è che mi disegnano così."