Daymare 1998 – Recensione – PlayStation 4, Xbox One

Daymare 1988 – Recensione di Valentina “AkemiMas” Malara

Daymare 1998 potrebbe non essere un titolo nuovo per alcuni di voi: l’opera di Invader Studios era già uscita su PC nel corso del 2019 e noi di Nerdream l’avevamo prontamente recensita; tuttavia, torniamo a parlarvene in occasione del rilascio su PlayStation 4 e Xbox One, in data 28 Aprile 2020. Il survival horror dell’italianissimo team sarà stato capace di convincere anche in questa sua trasposizione su console?

 

Daymare 1998 – Recensione – Un virus di nome Pollux

La narrazione di Daymare 1998 ci pone in un contesto tipico degli horror vecchio stampo: una squadra di militari altamente qualificati viene mandata in un laboratorio segreto dove si stavano svolgendo delle indagini su una pericolosa arma biologica, il Pollux; questo virus è in grado di corrodere internamente coloro che lo respirano e farli diventare degli esseri abominevoli che sentono la necessità di cibarsi di carne umana.

Ovviamente la missione principale non andrà a buon fine e ci ritroveremo presto a vivere tre archi narrativi differenti, partendo dall’agente Liev, passando per il guardaboschi Samuel e finendo con il veterano Raven.

Approfondendo quanto narrato a schermo con una serie di documenti rintracciabili in-game, leggibili su un sito internet realmente esistente, si riesce ad avere uno scheletro narrativo abbastanza valido, colpevole di qualche cliché di troppo nella parte iniziale ma con leggere riprese durante la conclusione della storia. Il problema vero e proprio, narrativamente parlando, sono però i suoi stessi personaggi, davvero troppo stereotipati ed incapaci di suscitare empatia nel giocatore.

L’omaggio ai classici del survival horror va certamente a buon fine, ma per quanto riguarda il costruire una propria “anima” narrativa, Daymare 1998 cade e non riesce a rialzarsi a dovere. Un vero peccato.

Daymare 1998 – Girati e corri… se ci riesci

Impugnando il pad e cominciando l’avventura si nota subito ciò che il team voleva realizzare: il gioco sprizza anni ’90 da tutti i pori, con controlli classici, sistemi di interazione tipici dei survival horror PS1-PS2 ed un inventario limitato che abbiamo adorato proprio perché ci ha fatto soffrire in più punti.

Una serie di risorse limitate e una quantità di cure da gestire sapientemente sapranno convincervi a fare ampia attenzione a quanto sparare, come affrontare i fastidiosi nemici a schermo e quando curarvi, laddove necessario; nonostante ciò, segnaliamo che gli avversari in Daymare 1998 sono raramente “ingestibili” e risultano il più delle volte dei piccoli ostacoli da scansare per proseguire da un’area all’altra, incapaci di suscitare particolare timore e gettare in uno stato d’ansia che, francamente, ci saremmo augurati di vivere.

Il discorso cambia leggermente quando il gioco ci obbliga ad affrontare le boss fight, preparandoci psicologicamente e incrementando le munizioni di colpo prima della sezione designata: i boss sono nemici tendenzialmente più grossi e veloci del normale e dovremo scaricargli addosso tutte le risorse faticosamente accumulate per avere la meglio; il problema è però che questi scontri risultano ripetitivi e macchinosi, soprattutto se analizzati alla luce delle meccaniche di movimento proposte nel titolo.

Il sistema di controllo del personaggio è infatti davvero troppo plastico, la corsa risulta poco fluida e girarsi di scatto per sfuggire ad una minaccia è praticamente impossibile, anche se teoricamente permesso; inoltre, ricaricare le armi potrebbe essere contemporaneamente uno degli aspetti più appaganti e frustranti della produzione: ogni arma ha un suo specifico sistema di ricarica che tenta di rimanere fedele alla realtà, con fucile a pompa e revolver che permettono di ricaricare pallottola per pallottola e pistole di ordinanza che necessitano invece del caricatore.

Il gioco ci obbliga, nel caso della pistola, a combinare manualmente i colpi dall’inventario e, solo successivamente, a ricaricare rapidamente tramite la pressione di un tasto apposito; qualora il caricatore si svuoti, dopo una raffica nei confronti di un nemico, dovremo quindi tornare all’inventario e combinare nuovamente i proiettili, prima di poter sparare. Dove sta il problema, vi chiederete… apparentemente il tutto risulta anche abbastanza interessante, salvo poi rendersi conto che aprire l’inventario non mette in pausa il gioco e realizzare che, se durante uno scontro resterete senza proiettili nel caricatore, dovrete aprire il suddetto inventario mentre i nemici impazzano a schermo e tentano di smembrarvi: non esattamente il massimo della comodità.

Aggiungiamo anche che, con il sistema di ricarica rapida, il caricatore vuoto viene “gettato a terra” dal nostro personaggio per un motivo apparentemente ignoto, costringendoci a raccoglierlo nuovamente e facendoci perdere secondi che, in uno scenario apocalittico, sono davvero preziosi.

La componente enigmistica della produzione ci ha invece ampiamente soddisfatti ed è stato bello tornare a prendere carta e penna per appuntarsi codici e combinazioni possibili, magari cooperando con qualcuno per ricordare numeri o interpretare indizi; un vero peccato invece per la ripetitività delle sezioni e degli ambienti: in pieno stile “old school” il gioco propone del sano backtracking, salvo dimenticarsi di movimentare le zone quando ci si ri-passa attraverso e soprattutto costringendoci a vederle fin troppe volte, anche se con personaggi differenti: la produzione intera è, in sostanza, un mega corridoio che ci ritroveremo ad attraversare più e più volte.

Sommariamente non si può dire di annoiarsi durante le ore in-game in Daymare 1998, anche se l’eccessiva legnosità dei controlli, la noia prodotta dalle boss fight e l’eccessiva ripetitività degli ambienti rischiano di frustrare più del dovuto.

Una formula di gameplay che, su carta, doveva omaggiare, si è infatti trasformata in un viaggio abbastanza tedioso, salvato dagli enigmi e dalla bellissima aria retrò che si respira per tutta la campagna.

Daymare 1998 – Una passeggiata di dieci ore.

Il gioco di Invader Studios si completa in circa 10 ore proseguendo a passo spedito, arrivando anche a 15 qualora siate degli attenti raccoglitori di documenti e oggetti; la difficoltà non risulta particolarmente elevata per quanto riguarda la modalità Standard e i veri momenti “difficili” sono quelli in cui qualche problema tecnico si fa sentire, non quelli in cui i nemici ci saranno addosso.

Nel complesso possiamo promuovere l’equilibrio generale della produzione in termini di fruibilità, invitando tutti voi a partire spediti dalla difficoltà intermedia o cimentarvi direttamente in quella che gli sviluppatori chiamano “Daymare” per ritrovarvi ad insultarli ad alta voce.

Daymare 1998 – Un tasto fin troppo dolente.

Veniamo ora ai veri problemi del titolo, quelli di cui non vorremo mai parlare: i problemi tecnici.

La nostra avventura si è svolta su Xbox One e ci è dispiaciuto constatare come il frame-rate non si sia mai mantenuto stabilmente sui 30 FPS, creando qualche rallentamento di troppo.

Abbiamo poi avuto qualche magagna con dei bug inspiegabili, uno dei quali ci ha di fatto costretti a ricominciare l’avventura da capo, per fortuna a poche ore dall’inizio, compromettendo il salvataggio originario.

Il gioco non è esteticamente ai massimi livelli, con animazioni facciali molto statiche e caricamenti delle texture visibilissimi che a volte non vanno neanche a buon fine; segnaliamo infine la presenza di caricamenti eccessivi, mai colpevoli di rallentare l’azione in modo frustrante, ma sempre troppo invadenti anche nel passaggio tra una stanza e l’altra. Insomma, l’opera di porting da PC non è esattamente riuscita a questa versione console rischia di aggravare le problematiche relative al comparto tecnico, già presenti su personal computer.

La colonna sonora è a tratti un po’ grottesca ma riesce, tutto sommato, a sposarsi bene con quanto vediamo e percepiamo in-game; meno riuscita la traduzione italiana, paradossalmente aggiungerei, con qualche evidente errore di battitura e dei testi in generale troppo piccoli e mal leggibili.

 

Valentina Malara
Amante di videogiochi e libri fin dalla nascita, ha poi sviluppato una grande passione per tutto ciò che è nerd. Originaria della terra del bergamotto e del piccante, vanta radici nordiche niente male e ha una passione irrefrenabile per il mondo animale. Logorroica e amante delle discussioni costruttive, datele un argomento di conversazione a vostro rischio e pericolo!